Interviste ai volontari del Naga

GAIA, EDUCATRICE, 27 ANNI


Come hai conosciuto il Naga?


Tramite un mio amico che collaborava con l'associazione e che catturò la mia curiosità parlandomi della nascita del progetto Cabiria: un'unità mobile che potesse raggiungere di notte le persone che si prostituiscono per strada, donne, transessuali e travestiti offrendo un servizio di prevenzione sanitaria e di informazione legale.

 

Perché il Naga?


Ero a Milano da pochi anni e sentivo il bisogno di avere uno sguardo sulla città da un punto di vista meno superficiale. Il Naga operava sul territorio da diversi anni e mi sembrava un ottimo strumento per approfondire il mio approccio con la città e la sua popolazione. Sono sempre stata molto interessata al tema dell'immigrazione e condividevo appieno i principi del Naga.

 

Cosa fai al Naga?


Quando ho iniziato frequentavo ancora l'Università, studiavo Lingue e letterature straniere, ho iniziato con il Servizio di accoglienza, Medicina di strada e Cabira. Al momento mi occupo anche della formazione dei nuovi volontari.

 

Cosa ti piace del Naga?


La possibilità che offre di ampliare il proprio orizzonte. All'inizio ero un po' perplessa, pensavo che andare da persone che lavorano di notte per strada o comunque presentarsi nel campi rom, così, senza invito, potesse disturbare, mettere dei muri. Sono rimasta, invece, piacevolmente stupita dalla voglia di contatto, di scambio, di vicinanza delle persone incontrate in questi anni. Non si tratta, ovviamente, di fiducia, che è una relazione che si costruisce solo successivamente, ma di curiosità, disponibilità che permettono di eliminare una serie di paure. Vivere le aree dimesse dall'interno, attraverso gli occhi ed i racconti di chi le abita, sperimentare situazioni così varie, a volte tragiche e la dignità con la quale vengono affrontate è estremamente significativo. Anche in accoglienza è stimolante riuscire a conciliare la raccolta d'informazioni anagrafiche che chiediamo a tutti nostri pazienti con l'opportunità di conoscersi. I risultati sono sempre sorprendentemente positivi, inaspettati.

 

ANNA, IMPIEGATA NEL SETTORE SOCIALE, 33 ANNI


Come hai conosciuto il Naga?


Tramite passaparola fra amici; era il 1996 e cercavo un'associazione che organizzasse dei corsi di italiano per stranieri. Mi interessava la tematica dell'immigrazione e credevo che l'insegnamento dell'italiano potesse essere un aiuto concreto.

Perché hai scelto il Naga?


E' stata una scelta casuale, ma mi è piaciuto molto, da subito, l'orientamento dell'associazione in difesa dei diritti: non solo assistenza, ma rivendicazione. È un'associazione molto vivace che mi ha permesso di crescere professionalmente, ma sopratutto a livello umano e personale.

 

Cosa fai all'interno del Naga?


Ho collaborato con vari servizi del Naga. I primi tempi, in cui frequentavo ancora l'Università, la Facoltà di Psicologia, ho collaborato con il servizio di accoglienza, successivamente ho fatto parte del gruppo di Etnopsichiatria, della di Medicina di Strada, dell'Osservatorio e ho collaborato alla nascita del Centro Naga-Har per ricedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura. Attualmente faccio parte del consiglio direttivo dell'associazione.

 

Hai collaborato con tutti i gruppi, deve esser stato molto interessante...


Si, ogni gruppo ha le sue ricchezze. L'esperienza più coinvolgente è stata, senza dubbio, quella in accoglienza, sia perché è stata la prima, sia per il contatto umano con tante persone diverse. Sono stati molto emozionanti anche i colloqui con le vittime di tortura con i quali mettevamo insieme la documentazione da inviare alla Commissione per il Riconoscimento dello status di Rifugiato. Particolarmente intense anche le uscite con Medicina di Strada che mi hanno permesso di conoscere più a fondo le aree dismesse della città e le persone che le abitano. Infine è stata stimolante anche l'elaborazione dei dati socio anagrafici per l'Osservatorio e la realizzazione del nostro primo rapporto, utile per dare un senso complessivodell'attività del Naga e per cercare di trasmettere un messaggio alla cittadinanza.

 

 

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