Nagazzetta - Aprile 2015 -

RIFLESSIONE

 

Su di noi

 

Le migrazioni cambiano. Dopo 28 anni, deve cambiare anche il Naga? E se sì, come?


Almeno 1750 migranti morti nel Mediterraneo nei primi quattro mesi del 2015, uno ogni due ore. Unica reazione dell’Unione europea: qualche euro in più per non farli arrivare. Parlare di noi, riflettere sul Naga, proprio nel mese in cui le stragi sono culminate in ecatombe potrebbe sembrare insensibile e futile egocentrismo. Non è così. Quelle morti sono il segno tragico della trasformazione delle migrazioni verso l’Europa che approdano in Italia per ragioni geografiche, transitano se possono, altrimenti si fermano.  Questa trasformazione ci interpella sull’adeguatezza di un’associazione che compie 28 anni.

Disuguaglianze

Il vettore delle migrazioni dai paesi dell’Africa e del Medio Oriente resta quello della disuguaglianza: si lascia un paese povero, allo sbando, dilaniato da guerre civili o per procura, da conflitti etnici o religiosi, e si cerca di raggiugere un paese più ricco e sicuro. Ma lo si fa fuggendo, in massa, sostando in campi profughi grandi come città, alla mercé dell’inedia e delle fazioni che controllano la distribuzione delle razioni alimentari, in attesa che i trafficanti – sempre più esosi e crudeli – diano il segnale della partenza. Questo disordine origina dall’economia (in particolare dai conflitti post-coloniali per il controllo delle materie prime) ma la migrazione che induce non è meramente “economica”.
Nessuna migrazione lo è mai stata, anche se definiamo per convenzione “migrazione economica” quella arrivata in Italia a partire dagli anni Ottanta. La crisi che dura ormai dal 2008, la più lunga e profonda del dopo guerra, l’ha sostanzialmente fermata. Questa seconda trasformazione si sovrappone alla prima, avviene negli stessi anni. Il loro intreccio ha radicalmente modificato lo scenario rispetto al 1987, anno di nascita del Naga.

Crisi economica
La crisi economica non ha solo peggiorato, come era prevedibile, le condizioni di vita e di salute dei migranti che si rivolgono a servizi del Naga. Li ha in un certo senso selezionati verso il basso, costretti in uno stato di cronicità, disagio, fragilità, povertà assoluta che al momento non lascia intravedere vie d’uscite. Questa “discesa” si percepisce soprattutto tra gli utenti dell’ambulatorio, dove il numero delle visite è diminuito ma aumentala richiesta di farmaci (anche da parte di chi pur avendo la tessera sanitaria non è in grado di pagare il ticket). E’ palese nei casi sempre più aggrovigliati e con speranze di successo sempre più esili che si presentano allo sportello legale, un ricorso dopo l’altro per guadagnare almeno tempo. Balza agli occhi in carcere: detenuti che mancano di tutto, infradito e T-shirt in pieno inverno, chiedono abiti, sigarette, qualche euro. Si percepisce al Naga Har: sempre più difficile uscire dal circuito della protezione umanitaria con una prospettiva concreta di lavoro, da qualche mese difficile anche entrarci (la media nazionale delle domande respinte dalle Commissioni territoriali è salita al 50%). Quanto ai Rom, peggio di così….

Campo arduo
Questi pochi esempi disegnano il profilo di un’utenza “bisognosa”, che sollecita assistenza e aiuto nell’immediato. Sono richieste difficili da soddisfare, perché il Naga ha risorse umane e materiali limitate. Provare a soddisfarle, inoltre, farebbe scivolare in una logica assistenziale e caritatevole un’associazione di volontariato nata per rivendicare diritti uguali per tutti, a prescindere dalla nazionalità e dall’avere i documenti “in regola”, e che non intende sostituirsi ai doveri dello Stato.  Ribadiamo questa scelta di campo. E però sarebbe una sciocca astrazione ignorare che stare in quel campo è sempre più arduo e che i tempi perché i diritti universali siano davvero esigibili invece di accorciarsi si sono allungati. Finché sarà crisi – alcuni economisti prevedono che dalle nostre parti avrà una durata secolare – nessuna sanatoria ci darà una mano.

Tempo
Il fattore tempo è un altro punto dolente per il Naga che ha messo in cima ai suoi obiettivi quello di estinguersi, una volta raggiunti gli scopi per i quali è nato. Li abbiamo raggiunti solo parzialmente per i migranti che sono qui; li abbiamo solo enunciati per quelli che si mettono in viaggio a rischio della vita. L’autoestinzione ci ha messo al riparo dalle degenerazioni del terzo settore e di molte organizzazioni non profit. Dare più importanza alla propria sopravvivenza, alle proprie dimensioni, che a quel che si fa spinge a fare compromessi. Corruzione, tangenti, malaffare vengono di conseguenza, come hanno dimostrato numerose inchieste, in particolare quella su “Mafia capitale”.

Princìpi e pratiche
Riassumendo. L’erosione del welfare, in atto da decenni, ormai morde sulla carne viva. La precarizzazione del lavoro è diventata assenza di lavoro e di reddito. Queste due perdite, materiali e simboliche, hanno gonfiato il risentimento e l’ostilità dei nativi verso i migranti. La post-democrazia e i populismi ci hanno lavorato sopra ben bene. La politica è evaporata in uno storytelling che cannibalizza i suoi attori. La sinistra, specie in Italia, è sempre più piccola, divisa, irrilevante. L’Europa è debole coi forti, forte coi deboli, ipocrita, ignava e – al dunque - assassina verso i debolissimi che lascia annegare nel Mediterraneo.
In un quadro dove tutti gli indicatori volgono al peggio, il Naga, tenendo fermi i suoi princìpi, deve ripensare le sue pratiche, le sue modalità di intervento. L’impresa non si presenta facile. Ci proveremo.


La redazione della Nagazzetta

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