Nagazzetta Febbraio 2015

INTERVISTA

 

Cinesi in crisi

Dietro le mille vetrine, anche gli immigrati cinesi sentono la crisi economica. E qualcuno tra gli ultimi arrivati torna in patria

Parrucchieri, manicure, bar, ristoranti… I cinesi continuano ad aprire e a rilevare botteghe a tutto spiano, in centro e in periferia, a Milano e in provincia. Sembrano impermeabili alla lunga crisi economica che ha duramente colpito le altre comunità migranti, oltre che gli italiani. “Non è vero”, sostiene Daniele Brigadoi Cologna, sociologo delle migrazioni e socio fondatore dell’agenzia di ricerche “Codici”.

 

Cosa c’è dietro questa falsa apparenza?

C’è proprio la crisi. Che, per un verso, ha indotto molti italiani a cedere dietro lauto pagamento in contanti esercizi commerciali a bassa redditività. Per un altro, ha ridotto i margini di guadagno dei laboratori manifatturieri e incentivato il passaggio dell’imprenditorialità cinese al settore dei servizi e del commercio. La strategia economica degli immigrati cinesi resta quella del lavoro autonomo, a base familiare. E ora l’unica cosa che sanno o possono fare è aprire bottega. Ci investono un piccolo capitale d’avvio e ci buttano dentro la loro nota disponibilità al sacrificio, al lavoro indefesso, all’autosfruttamento. Questo però non basta a far diventare vantaggiosi per i cinesi esercizi commerciali che andavano in rosso per gli italiani. Soffocati da affitti capestro, anche loro tirano a campare. In via Padova, dove ormai tutti i negozi sono di stranieri, dal 2010 molti hanno tirato giù la saracinesca e il turnover è altissimo. Ad esempio, un cinese rileva un negozio di frutta e verdura, vede che non ci sta dentro, lo rifila a uno del Bangladesh, c’è sempre qualcuno che sta peggio. Insomma, aprire bottega per i cinesi non equivale a salire un gradino nella ricchezza e nello status sociale. E sarà così finché non riusciranno a vendere merci e servizi di lusso agli italiani. Alcuni ristoranti, dove si vede la mano dell’architetto, aperti di recente da cinesi di seconda generazione vanno in quella direzione. Ma sono ancora un’esigua minoranza. In sintesi: non è vero che gli immigrati cinesi non sentono la crisi. Anzi, quello che sono costretti a fare per fronteggiarla dimostra che la crisi li ha investiti, eccome.

 

I commercianti italiani evadono il fisco, ma i cinesi li battono. Converrai che almeno questa non è una falsità.

Dico una cosa diversa: i cinesi sono più visibili e li stangano di più. Con loro si va sempre a colpo sicuro. Chi fa i controlli sa che se entra in una bottega cinese, trova sempre qualcosa che non va. Insisto sugli affitti di rapina imposti alle attività commerciali cinesi da rentier italiani, molti ancora in età da lavoro, che poi questa ricchezza non la redistribuiscono, non la fanno girare. E ci pagano sopra meno tasse del dovuto, perché gli affitti dichiarati nei contratti quasi sempre sono inferiori a quelli reali.

 

La crisi ha fatto diminuire gli arrivi di cinesi in Italia?

Nel 2013 in Italia i cinesi con regolare permesso di soggiorno erano 320mila (dato Istat). Sono la terza comunità straniera extraUe in Italia, che è il paese europeo con la più alta presenza di cittadini della Repubblica popolare cinese (da non confondere con i “cinesi d’oltremare”, persone di origine etnica o retaggio culturale cinesi, ma non necessariamente di nazionalità cinese). Il primo picco degli ingressi si è registrato nel 2005, seguito da un rallentamento; attorno al 2010 c’è stato un nuovo picco cui è seguita la contrazione ancora in corso. Dopo il 2005 sono calati gli ingressi per lavoro, mentre il secondo picco è in gran parte attribuibile ai ricongiungimenti familiari. In sostanza, sono sempre meno i cinesi che migrano in Italia, ma anche in Spagna e in Francia, per motivi di lavoro. Perché c’è la crisi e perché ormai tre quarti dell’imprenditoria cinese in Italia si concentra in attività commerciali e di servizio. Se un laboratorio aveva bisogno di decine di operai, in una bottega bastano un paio di commesse, facili da reperire nell’ambito familiare.

 

Ci sono segnali che la crisi abbia incentivato i ritorni in patria?

Seppur esigui, i numeri danno qualche indicazione di tendenza. Dal 1994 al 2013 i cinesi tornati in patria dall’Italia sono stati poco più di 12mila. Il 60% di questi ritorni si è verificato negli ultimi cinque anni. Non si tratta solo di persone anziane, desiderose di trascorrere l’ultimo scorcio di vita nel paese natale. Sono anche giovani, immigrati in Italia fuori tempo massimo, colti in contropiede dalla crisi che ha fatto naufragare le loro aspettative di ricalcare le storie di successo e di arricchimento veloce dei migranti degli anni Ottanta e Novanta. Pagato il debito contratto per venire qui, non hanno un capitale economico e sociale sufficiente per mettersi in proprio: un operaio generico in un laboratorio pratese del pronto-moda prende, quando va bene, 800 euro al mese. Infranto il sogno italiano, si giocano un’altra carta in Cina. Con il rischio di una nuova delusione. L’economia dello Zhejiang, la provincia da cui vengono i “nostri” cinesi, ha subito battute d’arresto. Quelli che tornano dall’Italia potrebbero finire a fare i lavori una volta destinati ai migranti interni.

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