Nagazzetta dicembre 2015

l'analisi

 

Vertiginose simmetrie

 

Se i diritti di cittadinanza perdono sostanza, vengono percepiti come privilegi. E’ il punto di congiunzione, secondo la filosofa Judith Revel, di due radicalizzazioni speculari: jihadismo minoritario e lepenismo maggioritario.

 

Dell’Italia risulta facile e spesso comodo spiegare i sussulti razzisti e xenofobi con ciò che ne costituisce in parte la specificità storica. Paese di emigrazione massiccia – 26 milioni d’italiani emigrati all’estero tra il 1875 e il 1975 – e di immigrazione recente, dove il razzismo interno (rivolto all’immigrazione meridionale) è venuto prima del razzismo esterno, verso ben più recenti popolazioni immigrate “da fuori”, agganciato a tratti che ne cristallizzano il rifiuto: il colore della pelle (i neri, gli “scuri”), il nomadismo (i rom), la religione (i musulmani).

 

In Francia la partita è più complessa, ed è questo che rende la situazione attuale drammaticamente preoccupante. La Francia, che è stata per più di un secolo paese di ondate migratorie successive, si è in parte costituita sulla loro letterale digestione, sulla lenta stratificazione di una varietà impressionante di culture, lingue, modi di vita, cucine, musiche. Non è uno spot Barilla in versione transalpina, una cartolina facile per quelli che vorrebbero allestire la piccola vetrina natalizia della “patria dei diritti dell’uomo”. E’ il risultato di una storia di costruzione nazionale che sforna statistiche inequivocabili: oggi, il 23% della popolazione francese delle ultime tre generazioni ha un’origine straniera totale o parziale. Le statistiche sono ancor più interessanti se si introduce la variante dell’età: nel 2011, il 30,2% dei francesi sotto i 18 anni erano figli, nipoti o pronipoti di immigrati. Un terzo di coloro che nei prossimi anni voteranno, lavoreranno, faranno figli: insomma la Francia a venire.

 

Si dirà: sì, ma la Francia è stata un impero coloniale, e non ha mai cessato di esserlo neanche dopo l’indipendenza, nel 1962, dei paesi che aveva occupato e saccheggiato per più di un secolo. È vero: tra le numerose ondate immigratorie, ci sono anche quelle, massicce, che hanno visto popolazioni provenienti dai paesi del Maghreb (in particolare Algeria e Marocco, dopo l’indipendenza) costituire in Francia la manodopera necessaria al boom economico degli anni ’60. Una messa al lavoro che ha rappresentato, se si vuole, la continuità storica tra saccheggio coloniale e sfruttamento capitalistico. Se non che quei nuovi arrivati sono diventati francesi; i loro figli sono nati francesi e, dopo di loro, i figli dei loro figli. Il paradosso è questo: mentre in ambito coloniale la distinzione tra cittadinanza e nazionalità, in vigore fino 1947, permetteva la differenziazione tra francesi dotati di diritti civili (citoyens) e francesi colonizzati (detti “sujets français”, letteralmente sudditi francesi), la costruzione della Francia post-coloniale ha teoricamente cancellato quella differenza. Diventano francesi coloro che acquisiscono la nazionalità per durata della loro permanenza nel paese, per matrimonio o per nascita sul suolo francese.
Se ho ricordato questi dati storici è perché mi sembrano utili per riflettere su almeno tre caratteristiche della situazione francese attuale.

 

La prima è precisamente legata alla cittadinanza. La percezione è che una parte sempre più importante della popolazione – dotata di cittadinanza – da tempo non abbia più accesso a una cittadinanza piena, e che faccia fatica a capire la distorsione che dota alcuni di diritti (all’istruzione e alla formazione, alla sanità, alla casa ecc.) a discapito di altri. Siamo davanti alla lenta trasformazione di diritti di cittadinanza in privilegi di cittadinanza. Questo mutamento, che segna il divorzio tra diritti formali e diritti reali, tocca in particolare due realtà sociali in parte sovrapposte: da un lato la forza lavoro industriale che non ha saputo “svoltare” e seguire la trasformazione di un capitalismo ormai post-fordista, e che vive la traduzione immediata della sua “inadeguatezza” produttiva in messa al bando sociale; dall’altro, una classe media fortemente colpita dalla crisi, che affronta potenti effetti di declassamento, e che vive spesso la propria condizione come un’espulsione dal proprio status. In entrambi i casi, è la storia di una trasformazione economica sperimentata come macello sociale. In questi ultimi tempi si parla molto di radicalizzazione religiosa: statisticamente, i candidati francesi alla jihad sono per metà usciti dalle banlieues economicamente disastrate, cioè prodotte dalla miseria post-industriale, e per metà figli di una classe media letteralmente “compressa”, che non riesce più a riconoscersi come tale e che cerca, per esempio attraverso la conversione all’Islam, un’identità sostitutiva.

 

La seconda è la simmetria vertiginosa tra una reazione, seppur quantitativamente marginale, che vede l’estremismo religioso come sola via d’uscita, e una scelta elettorale che considera l’estremismo politico come unica soluzione. Siamo davanti a due modelli di radicalizzazione. Ovviamente, gli autori degli attentati del 13 novembre a Parigi e il 30% di francesi che hanno votato Front National alle ultime elezioni regionali non sono gli stessi – anzi, la costruzione fantasmatica del musulmano come potenziale jihadista alimenta in gran parte il discorso lepenista. Eppure, gli uni e gli altri nascono dalla medesima disgregazione sociale: sono tutti figli e figlie di quella lacerazione della cittadinanza che, invece di essere mezzo giuridico e politico di inclusione, è diventata semplicemente una (sempre più esile) copertura per la violenta frammentazione sociale che stanno subendo gran parte dei francesi, a prescindere dal colore della pelle, dall’origine e dalla religione.

 

Infine, la terza caratteristica è la traduzione di tutto ciò in disperata ricerca di identità collettive nuove. Anche qui, le simmetrie sono terribili. Da una parte, una fobia assoluta di tutto ciò che può essere percepito come “comunità già costituite” e, in quanto tali, potenzialmente pericolose – il tema del comunitarismo, considerato di per sé “insolubile” nella democrazia, attraversa ormai tutti i discorsi politici da destra a sinistra. Dall’altra parte, una richiesta fortissima di ricomposizione della comunità nazionale – con schemi di una povertà abissale che a fatica superano il livello degli ormai logori simboli (la bandiera, l’inno, l’orgoglio, ai quali si aggiunge oggi la guerra).

 

Come uscirne? Forse, riconsiderando ciò che fa di un’esistenza umana una vita socialmente e politicamente qualificata – sia essa di un individuo che vive in banlieue o in provincia, dotato di cittadinanza francese recente o meno recente, o non dotato affatto di quella cittadinanza; e chiedendo, in nome dei valori incondizionati di cui la cittadinanza democratica è l’espressione, una radicale ridefinizione di quest’ultima indipendentemente dai confini nazionali, cioè la garanzia per tutti dell’equo accesso alla dignità e al rispetto, alla libertà e alla protezione sociale. Cittadino vale per fratello; cittadino vale per diverso; cittadino vale per umano. Vale per i seimila migranti che vivono da mesi nel fango a Calais, vale per i 700 bambini morti dall’inizio dell’anno nel tentativo disperato di approdare sulle coste del Mediterraneo europeo; e vale per ogni uomo o donna che mette a rischio la propria vita pur di salvarla. Vale per ognuno di noi, se quel “noi” capisce l’assoluta urgenza della sua ridefinizione e della sua apertura.
Judith Revel

 

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