Nagazzetta - Maggio 2015 -

la STORIA

 

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Foto: Nazionale bulgara 1974

 

Forza Dimitrov

 

Anche il Naga ha sua ala sinistra: in Bulgaria giocava in serie A e segnava dei bei gol, adesso ci regala le caramelle


Lavoro nel paese d’origine? “Calciatore”, si legge nell’angolo in basso a sinistra della cartella sanitaria del bulgaro Dimitar Dimitrov, nato il 31 dicembre 1956 a Blagoevgrad, paziente dell’ambulatorio del Naga dal 2010. E’ una cartella voluminosa e consumata, passa tra le mani di volontari e medici ogni lunedì pomeriggio, quando Dimitrov – colpito da un ictus cerebrale nel 2009 - viene per controllare la pressione. Diciamo la verità: quel “calciatore” a molti era sembrato, se non una fanfaronata, un’esagerazione.  Nessun patito di calcio aveva indagato e con il passare del tempo Dimitrov per tutti al Naga è diventato “quello delle caramelle”: ne porta sempre qualcuna, quando va di lusso ci aggiunge un paio di Mon Chéri, da offrire alle volontarie dell’accoglienza. E invece…

Numero 11
Invece, un lunedì pomeriggio di qualche settimana fa nel salone del Naga un bulgaro alza la voce, protesta, se la prende con le volontarie dietro al bancone. Dimitrov interviene per calmare le acque e il connazionale si ammansisce in un battibaleno, appena lo riconosce come l’ala sinistra del Belasitsa Petrich, squadra di provincia ora precipitata in terza divisione ma con un passato di rango. Con la maglia numero 11 Dimitrov ha giocato in serie A. È stato un professionista, anche se il termine era bandito nello sport dei paesi dell’allora impero sovietico, il calcio oltre che la sua passione era il suo mestiere, la sua fonte di reddito. Record personale, 16 gol segnati e capocannoniere in una stagione, attaccante di spicco del Belasitsa Petrich; per saperlo bisogna andare su internet perché la memoria di Dimitrov, dopo l’ictus, inciampa su date e numeri. Di certo, negli anni Settanta, ha giocato nella nazionale e in quella olimpionica. Ha messo il naso, e i piedi, in Occidente prima della caduta del muro di Berlino. Uno come lui – “mai stato comunista”, dice – avrebbe potuto prendere il largo.  “Impossibile,” risponde, per ogni giocatore c’era uno che lo marcava stretto… fuori dal campo, s’intende. In seconda battuta, rettifica: “Allora io stavo bene in Bulgaria, non volevo scappare”. Nel 1999, di ragioni per star male in Bulgaria Dimitrov ne ha parecchie, economiche e familiari. In Grecia per un torneo tra veterani, decide di non tornare in patria, viene in Italia e diventa uno dei tanti emigrati bulgari (oggi sono 3 milioni su una popolazione di 7 milioni e mezzo). Nel 2000, il secondo strappo: divorzia dalla moglie, rimasta in Bulgaria. A Milano non se la cava malaccio: lavora in edilizia, fa il barista, il magazziniere. Alla Snai scommette una manciata di euro su una partita di Coppa europea e ne vince 4 mila, li usa per far venire in Italia i due figli di venti e sedici anni. La domenica tutti a San Siro. Dimitrov, che tifa Milan dal lontano 1973, stravede per Berlusconi “perché mette tanti soldi nella squadra”. (Se il tifo politico di Dimitrov per Berlusconi si è appannato, la fede rossonera resta inossidabile, nonostante il Milan in caduta libera e Silvio in fuga dalla squadra.)

Corpo

Nel 2009, un’ischemia cerebrale manda Dimitrov al tappeto; il corpo che era stato la sua forza, strumento di lavoro e motivo d’orgoglio, lo tradisce. Tagliato in due da una emiparesi destra. Dopo qualche mese di riabilitazione, recupera l’uso della gamba e del braccio. Ma nulla torna davvero come prima: non è più in grado di lavorare e neppure di tirare un calcio al pallone. Il football, da allora, è una cosa che “si guarda alla televisione”. Alla Snai di piazza Piemonte Dimitrov non si perde una partita, ma le scommesse per quanto modeste sono un capitolo chiuso. Non avere soldi suoi, dover pesare sui figli ormai sposati è il suo cruccio. Si intuisce che le nuore – una è peruviana, l’altra è uruguaiana – lo considerano un mangiapane a tradimento. Lui le ripaga con la stessa moneta, collocandole in alto nella lista dimitroviana della “cattiveria pura” (al top, scommettiamo una cifra, resta l’ex moglie). Insomma, nella cerchia familiare l’unica donna che va a genio a Dimitrov, quella da esibire in fotografia, è Martina, la nipotina.

Invece
Una storia sfortunata, quella di Dimitrov, un migrante che si arena in condizioni peggiori di quelle di partenza, e sa che la corsa è finita. Dovrebbe bruciare il doppio per uno che in passato, al suo paese, aveva avuto qualche anno buono e una relativa notorietà. E invece la nostra ex ala sinistra sembra la réclame del cuorcontento, è sempre di buon umore e ha un sorriso per tutti. Effetto dell’ictus o dei farmaci? O tolstoiana accettazione della vita e dei suoi rovesci da parte dei buoni e dei semplici? Vai a saperlo. Interrogato sul filosofico punto, lui risponde: “Devo essere sempre allegro, altrimenti mi va tutto alla testa e mi viene un altro ictus”. E, a guardarlo bene, nella sua figura, rimane anche qualcosa del calciatore che fu: le scarpe da ginnastica di marca e scattanti, le gambe muscolose, le braccia forti e un taglio di capelli che sarebbe perfetto su una figurina Panini…

Sorpresa
Preferisce il Naga agli altri ambulatori per migranti “perché da voi c’è assistenza, ma si scherza anche”. Un paio di volte l’anno Dimitrov fa una sfilza di controlli all’ospedale San Carlo. “Accompagnato” dal Naga che scrive, telefona, ricorda alla direzione sanitaria il suo caso: quello di un cittadino europeo che avendo perso il lavoro e quindi la copertura sanitaria dovrebbe avere la tessera che una volta si chiamava Cscs e ora dovrebbe chiamarsi Eni. La Regione Lombardia non ha mai rilasciato né la prima, né la seconda.
Va beh, mica si può finire senza sapere chi è il giocatore preferito di Dimitrov. Sorpresa: non è Maradona e neppure Messi. E’ Rivera. Solo i milanisti over-sixty, e per di più mandrogni, possono apprezzare tanto amore.

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