La storia del Naga

 

Il ricordo di Italo Siena, fondatore dell'associazione

 

Una storia è un po' come una semiretta in cui c'è un punto di origine e poi altri punti e poi ancora, fino a quei punti che non ci sono ancora e che comunque si vorrebbero: i sogni...

 

Il punto può essere tutto o niente, una figura senza dimensione, ed il primo punto della nostra associazione è stato un incontro, che il mio immaginario ad anni di distanza, ricorda così.

Quando ho visto S.M. era sera, abitava in una roulotte nel campo di Triboniano, all'estrema periferia nord-ovesto di Milano.

 

Abitare spesso vuol dire "sentirsi a casa" ospitati da uno spazio che non ci ignora, tra cose che dicono il nostro vissuto.

 

Abitare è sempre "dove deporre l'abito", dove è l'abitudine, dove sedere alla tavola, dove dire è udire, rispondere è corri-spondere, è essere tra volti che non c'è bisogno di riconoscere perché nel loro sguardo ci sono le tracce dell'ultimo congedo.

 

L'ultimo congedo per S.M. era avvenuto qualche anno prima, per andare in carcere, ritornava finalmente uscito di prigione, era costretto a ricostruirsi un carcere ancora più violento e più ristretto, un carcere dove non esiste finestra che si affaccia sul mondo fuori: quello della cecità.

 

Senza più orizzonte, il suo vissuto era costretto a trasfigurare tutto, per primo il volto di suo figlio; a sovrapporre vissuti reali ed immaginari, a ricrearsi tutto, ricercare sicurezza in un nuovo spazio, un nuovo perimetro: quello della sua roulotte.

 

La traccia che consentiva di orientarsi non era più la superficie del territorio, come per ogni nomade, ma quella incerta della memoria, costretta a cercare nuovi punti a Ovest-Est-Nord-Sud, dove ogni giorno o notte, luce o buio, era lo stesso, dove ogni punto poteva essere lì, ma poteva essere in ogni altra parte del mondo, ubiquitario in quanto non soggetto all'esperienza della vista che fa di uno spazio un sistema definito, ancorato in un luogo geografico, latitudine-longitudine.

 

Se si è sempre ovunque, non si è mai in nessun luogo. Ma il suo punto era fisso, non avrebbe potuto avere un viaggio verso un "piccolo Egitto" in quanto proibito non solo da un mandato che lo voleva controllabile in un domicilio, ma anche dalla sua malattia...

 

Quando il vecchio marinaio non va più in mare, incomincia a raccontare, ad ex-sistere, cioè portare sé fuori agli altri.

 

Ma S.M. aveva perso in qualche sinapsi anche la possibilità di parlare. La sua afasia gli negava la possibilità di raccontare la storia nella sua temporalità e spazialità. La storia può anche non importare quando il passato si fa presente o quando il passato si è ormai tatuato sul nostro corpo ma, non quando resta alle nostre spalle perché allora il ricordo non ci è più di aiuto.

 

La sua vita era ora immobile, senza porto dove attraccare.

 

Allora nel buio la sua voce, esplorò lo spazio, ormai solo intuibile e non più comprensibile, eppure ricercando in sé uscirono le parole "senti qui dottore", prendendomi la mano e facendomi sentire il braccio, la spalla, la gamba destra. Qui era il nuovo spazio, quello del corpo. "Dottore" stava ad indicarmi il suo esistere, cioè il suo essere e il mio, voglia di farsi sentire, voglia di comunicare, voglia non solo di essere curato ma quanto che anch'io capissi e soprattutto sentissi il suo male quasi per simpatia. Il rilevarsi è un rapporto, l'aprirsi è un rapporto.

 

 

Da quest'incontro è nato il Naga ciò che successe dopo ce lo racconta ancora il Dott. Siena:

 

Dopo quell'incontro cos'hai pensato di fare?

Ho iniziato a fare il medico nei campi rom, nel 1987 c'era una situazione di immigrazione irregolare tollerata in quanto non vi era nessuna legge che dava la possibilità di essere regolarizzati. Gli immigrati non esistevano e non esistendo i loro corpi, non vi era nessuna assistenza sanitaria che li riguardasse.

Ho contattato Bruno Murer responsabile dell'Emasi e dell'Acli, persona che a Milano aveva una grossa esperienza nel campo dell'immigrazione e per cercare di capire se l'apertura di un ambulatorio poteva essere utile, contemporaneamente presi contatti anche con  Gianni Tognazzi del Mario Negri per pensare alla progettazione dell'ambulatorio. Inoltre mi recai all'ordine dei medici per capire se sarebbero potute nascere delle illegalità giuridiche nell'aprire un ambulatorio medico gratuito per cittadini stranieri irregolari.

Da solo comunque non potevo affrontare tutti i bisogni sanitari degli immigrati quindi ho cercato di coinvolgere altri colleghi e qualche volontario e così abbiamo iniziato a visitare i cittadini stranieri nel mio ambulatorio e così è nata l'associazione.

 

Quali erano le attività dell'associazione al tempo?

Consistevano in un ambulatorio di medicina generale ed eseguivamo anche visite specialistiche di ginecologia e cardiologia con relativa dispensa di farmaci, inoltre seguivamo tre campi nomadi di Milano con visite settimanali.

 

Come si sono evolute le attività?

Nel 1989 ci siamo trasferiti dal mio ambulatorio ad una nuova sede in viale Bligny dove, grazie alla maggior disponibilità di spazio, anche il numero dei volontari è andato progressivamente aumentando.

Abbiamo iniziato ad occuparci anche dei problemi dei cittadini stranieri in carcere, di problemi di etnopsichiatria, fino ai problemi legali. Così si è passati da semplice assistenza sanitaria alla tutela dei diritti dei cittadini stranieri, e quindi dei diritti di tutti, cambiando anche la dicitura dell'associazione in  Naga - Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Stranieri e Nomadi.

 

Come riassumeresti l'obiettivo principale dell'associazione?

L'obiettivo del Naga è quello difendere e tutelare i diritti di stranieri e nomadi al di là di qualunque legge che li veda regolari o irregolari, per noi sono semplicemente delle persone di questo mondo.

 

Immaginavi un'evoluzione di questo tipo?

Sì, già all'inizio pensavo che pian piano avremmo dovuto cercare di ampliare la nostra azione senza fermarci soltanto all'assistenza medica e cercando di coprire anche altri bisogni di cui i cittadini stranieri erano portarti, come, per esempio, quelli legali.

Attualmente sebbene le nostre attività siano decisamente aumentate rispetto a quelle svolte nel mio ambulatorio medico ormai più di 20 anni fa non riusciamo chiaramente a coprire tutte le necessità, come per esempio quelle della ricerca di un alloggio o la presa in carico dei problemi dell'infanzia immigrata o i bisogni di formazione. Tutto ciò dovrebbe essere fatto dalle Istituzioni, ma quando questo manca è l'associazione di volontariato che deve individuare la strada, ma non con l'idea di sostituirci, ma solo di coprire temporaneamente una lacuna. Lacuna decisamente grave.

 

Come immagini il Naga nel futuro?

Un'associazione composta da immigrati che partecipino attivamente a cambiare la società italiana, per una maggiore risposta ai loro bisogni.

 

Vorrei concludere con questa frase di Eduardo Galeano:

Per me è importante sempre l'utopia, lei è all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto cammini non la raggiungerò mai. A cosa serve allora l'utopia? Serve proprio per questo: a camminare.

 

 

 

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