NagaNews > Comunicati stampa > Notizie Naga

Comunicati Stampa

"Io sono buono! Io voglio essere bravo!".

20/10/2017

Urla, A., o meglio strilla, e quando strilla lo fa in un tono acuto da bambino, quasi piagnucolando, e fa davvero impressione.
Arrivo al Naga con qualche minuto di ritardo, e già avvicinandomi sento delle grida; entro: vengono sicuramente dallo sportello legale; le altre persone in attesa sono perplesse, curiose, alcune spaventate.
Appena faccio il mio ingresso mi riconosce: "Lui lo sa, lui lo sa, io vengo sempre qui!"

 

Verissimo, lo conosco bene, ormai, e non riuscire ad aiutarlo è da più di un anno uno dei miei più grandi crucci; una vita incrinata, la sua, segnata da un evidente, dolorosissimo disagio psichico, del quale lui è perfettamente cosciente ("Ce l'ho nella testa, il male, io sono tranquillo, poi all'improvviso divento nervoso"); un paese nel quale dopo tanti anni passati in Italia non è più possibile tornare (e dove probabilmente finirebbe recluso), un altro che lo respinge, non si prende cura di lui, lo lascia vivacchiare ai margini della società.

 

C'è stato un tempo in cui A. aveva un permesso di soggiorno e un lavoro, una vita dignitosa. Poi il male. Poi la perdita del lavoro. Poi diventa irregolare, "clandestino" dicono i legalisti che non si rendono conto di quanto quel termine ferisca chi ci si è trovato invischiato. Poi una vita tra la strada e i dormitori, i limoni venduti al mercato e paccottiglia fuori dai centri commerciali, uno, due, tre provvedimenti di espulsione (non sa più nemmeno contarli), e quel male dentro la testa che gli impedisce anche di difendersi: gli assegnammo un avvocato, all'epoca della prima espulsione, ma diffidente ci aveva dato un numero di telefono falso, dall'avvocato non andò mai, e così i termini scaddero senza che ci fosse un ricorso.

 

E ora eccolo qua, un'altra volta, a strillare a perdifiato, senza mai interrompersi, senza rispondere alle semplici domande ("Ma che cosa possiamo fare per te?"), anzi, senza neppure sentirle.
Quando si gira verso di me e incomincia a strillarmi in faccia senza ascoltare mi fingo calmo, ma in realtà, come tutte le altre volte, ho paura; sembra peggio del solito, e allora mi levo gli occhiali e li ripongo nella custodia, e sottovoce dico alla volontaria più vicina: "Chiudiamo tutto, non ci sono le condizioni"; l'altro ragazzo che stiamo ricevendo, un giovane arrivato da poco in Italia che parla solo in arabo, è sconvolto e spaventato. Che faccio? Beh, ci provo.
Mi metto di fronte a lui e dico, con il tono più calmo di cui sono capace: "Adesso stai zitto, calmati e parla guardandomi in faccia"; per un istante ho paura davvero; tace.
"Adesso mi racconti perché sei venuto qui?"

 

Da qui in poi il colloquio assume un tono quasi normale; lo hanno fermato di nuovo, e stavolta i carabinieri lo hanno pure denunciato per resistenza a pubblico ufficiale: "Ho fatto un po' di casino" ammette candidamente, e ridacchia tra sé come un bambino colto sul fatto, senza minimamente rendersi conto della gravità della cosa; è assolutamente vero quello che dice: lui è buono, cordiale, persino mite, e in tutti questi anni di strilli, pugni battuti sul tavolo, minacce, in realtà non ha mai sfiorato uno di noi né fatto cadere una penna dal tavolo... Non si aspetta proprio che quelle scenate possano essere prese sul serio da qualcuno, così quando gli spieghiamo che potrebbero davvero mandarlo in prigione lui è terrorizzato e incredulo.
Insistiamo che vada a parlare con l'avvocata d'ufficio che gli hanno assegnato, che è una cosa importante, che sta rischiando davvero. Ci andrà? Non ci andrà? Boh...

 

C'è un altro problemino da risolvere (sono tutti problemini, in confronto al problema grosso del male nella testa): il centro dove attualmente dorme vorrebbe mandarlo via, e il servizio del comune a cui fa capo per non cacciarlo vuole una dichiarazione dell'avvocato che lo sta seguendo; non sarebbe difficile, se lui dall'avvocato ci fosse mai stato davvero... Così sentiamo un altro avvocato e scriviamo noi al Comune una relazione, spiegando che quel posto letto è l'unica àncora di A., che levandogli quella la sua situazione non potrà che precipitare.
"Non funzionerà", penso mentre riformulo cento volte la stessa frase, poi lo guardo mentre, tornato allegro e gentile, chiacchiera con Stefano alternando strafalcioni palesi (Shakespeare era uno psicologo francese) a incredibili citazioni di G. B. Shaw, e allora mi distraggo a parlare un po' con lui, tornando poi al testo con le idee più chiare.

Nel frattempo gli prendiamo un appuntamento con una psichiatra del Naga; non è la prima volta che ci proviamo, in realtà, ma i precedenti tentativi sono andati a vuoto: la prima volta invece che dallo psichiatra è andato da un internista, che non ha potuto far altro che constatare il suo stato di salute pressoché perfetto, senza minimamente rendersi conto di quello che aveva nella testa (quel giorno A. era particolarmente tranquillo e insospettabile), la seconda volta ho sbagliato io, dimenticandomi di contattare preventivamente il medico per spiegargli la situazione... E allora stavolta ci riproviamo e lo facciamo meglio, dai: domani mattina la chiamerò io stesso per raccontarle bene di A. e avvertirla che non deve dargli retta quando davanti a lei dirà semplicemente: sono qui perché voglio il permesso di soggiorno (già, perché quello che i legalisti non s'immaginano neppure è che in tutto questo disastro di vita senza lavoro né casa, la maggiore angoscia di A. sia di sentirsi irregolare, respinto, sbagliato: lui che vorrebbe solo pace e tranquillità). Andrà dalla psichiatra? Non ci andrà? Si lascerà curare? Boh.

 

A. esce infine dallo sportello legale dopo due ore e mezza di urla, chiacchiere, risate, richieste di scuse, strette di mano, "Solo voi mi ascoltate"; ha con sé un foglietto con l'appuntamento dalla psichiatra, un altro foglio con indirizzo e numero di telefono dell'avvocata penalista che deve difenderlo, la busta contenente la nostra relazione per la struttura comunale; tutto è nelle sue fragili mani, abbiamo fatto ciò che potevamo.
Ci proviamo, e poi ci proviamo ancora, e ancora e ancora, perché non abbiamo doveri di efficienza: A. è un essere umano, una persona, e in quanto tale ha diritto alla vita, alla salute, alla felicità. È così semplice, non serve altro.
#NessunaPersonaEillegale

 

Torna

Bookmark and Share