Nagazzetta Marzo 2017

la mostra

 

Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano

Chinamen - Un secolo di cinesi a Milano

Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano
Museo delle Culture
15 marzo – 17 aprile 2017
Ingresso gratuito
www.chinamen.it

Curata dal sinologo Daniele Brigadoi Cologna, dell’Università degli Studi dell’Insubria, in collaborazione con un gruppo di giovani studenti dell’Università degli Studi di Milano e dell’Università degli Studi dell’Insubria. Con illustrazioni di Matteo Demonte.


La mostra Chinamen-un secolo di cinesi a Milano-  a cui è dedicata una piccola sala del Museo delle Culture a Milano, è una sfilata di oggetti prestati dalle famiglie italo-cinesi di Milano, articoli di giornale del periodo fascista, lettere dai campi di concentramento italiani, vecchie fotografie dei pionieri cinesi in Italia: una serie di testimonianze in ordine sparso, che si presta a una lettura libera e personale.

Una cartina nella mostra ci fa notare che i primi cinesi arrivati a Milano nel primo dopoguerra erano originari dello Zhejiang, una regione effervescente i cui abitanti erano dediti al commercio e agli affari. Non ci misero tanto a reinventarsi venditori ambulanti e commercianti una volta arrivati a Milano. Cominciarono con le perle false e le cravatte di seta e si stabilirono nel Borg di Scigulatt, la zona tra via Canonica e Paolo Sarpi. 

Dai ritagli di articoli di giornale di quei tempi ci si accorge che l’immancabile ostilità verso gli stranieri, i “Gialli”, non tardò a manifestarsi. Questo si scriveva sulla stampa di allora: “Razza sorniona illogica e incomprensibile, mangia le pinne del pescecane, porta i bottoni a sinistra, fa pagare dieci lire le frivole iridescenze (i.e. le perle false) che qui costano il doppio. L’Asia è veramente corruttrice. È il focolaio di tutte le pestilenze e di tutti i vizi” (2 dicembre 1938 - Anno XVI, Corriere Milanese).

Nel periodo fascista un’ombra di sospetto calò sui migranti cinesi e ci fu un’intensa mobilitazione per controllare e setacciare gli ingressi nel Paese. Il timore era che, sotto le mentite spoglie di cinesi in cerca di affari, si celassero in realtà delle spie comuniste. 

La persecuzione della stampa non risparmiava neanche i giovani innamorati italo-cinesi. La promessa sposa che aveva “preferito i Gialli” non meritava che il disprezzo della società e lo stesso valeva per i “bastardi” che sarebbero nati da quell’unione.  Il “meticciato di via Canonica” era una piaga da debellare. 

La mostra è un concentrato di speranza per i nostri giorni. Un momento di riflessione per le distorsioni di cui siamo stati capaci e uno spunto per affrontare positivamente le sfide del presente in materia di accoglienza e integrazione delle persone.

Nagazzetta luglio 2016

il libro

 

Esodo. Storia del nuovo millennio

Di Domenico Quirico, Neri Pozza, 176 pagine, 16,00 euro


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/libro-73.jpgAttraverso le cronache di viaggi strazianti seguiti in prima persona, Domenico Quirico, giornalista della Stampa, da sempre testimone coinvolto nelle mutazioni in atto nelle terre di Africa e Asia, apre squarci di luce sugli atroci spostamenti di popoli che attraversano oggi il Mediterraneo dove ancora una volta la Storia ritorna, cerniera tra Est e Ovest, tra Sud e Nord, e si riempie di masse in movimento.
Esodo non parla di Profughi, ma di Esuli, di Fuggiaschi  e delle trasformazioni esistenziali legate alla rinuncia alla patria, agli oggetti, alle relazioni e alle abitudini.
Forse già nel concetto stesso di Esodo, ancora più che in quello di Migrazione è possibile legare le trasformazioni di laggiù, dei luoghi da cui si parte con quelle di “qua”, cui non sappiamo dare ancora contorni chiari ma che sappiamo ci coinvolgeranno ineluttabilmente. 
E allora accanto ai viaggi, intollerabili da concepire,  Quirico ci presenta i luoghi  in cui hanno inizio  o in cui si bloccano i percorsi,  o a cui spesso si è costretti a tornare coi rimpatri e i fallimenti:  i campi isteriliti dalla mancanza di concimi, dalla esiguità delle sementi,  i villaggi svuotati,  le  case senza i giovani dove madri e sorelle attendono notizie che non arrivano. E diventano allora più chiari i prezzi da pagare per chi resta, per chi non ha il coraggio di partire. 
Kayes, Mali, Horgos, Mallina, le piste del deserto in cui confluiscono maliani, senegalesi gambiani alla volta della Libia e di quei barconi che ben conosciamo: chi non parte non “troverà mai una sposa, non potrà costruire casa o figli”.  E ci si incammina sfilando silenziosi accanto allo scheletro arrugginito del cementificio costruito dai russi che prima di andarsene hanno manomesso gli impianti per impedirne il funzionamento.
Racconti individuali di un grande affresco collettivo in movimento che sta preparandosi a costruire la storia del terzo Millennio.  

 

 

Nagazzetta luglio 2016

il film

 

Sole Alto

di Dalibor Matanić.
Con Tihana Lazović, Goran Marković, Mira Banjac, Slavko Sobin, Croazia/Serbia/Slovenia, 2015.


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-73.jpgA 25 anni dal suo inizio, come riflettere sulla guerra che ha spazzato via la Jugoslavia senza cadere nelle trappole retoriche della memoria? Con il suo film il regista croato Matanić, classe 1975, sceglie di farci percorrere il tempo lento della Storia, dalle avvisaglie delle prime ostilità fino alle ombre lunghe di un conflitto che non cessa di marchiare il presente anche dopo la firma dei trattati di pace.  Per farlo si colloca al margine dei grandi eventi, al riparo da tentazioni didascaliche o ideologiche, e costruisce una riflessione a partire da tre vicende semplici, dimesse ma eloquenti nella loro forza emotiva, ambientate rispettivamente nel 1991, nel 2001 e nel 2011. Siamo in una ridente località della campagna balcanica che, come i personaggi, si trasforma al mutare delle condizioni esteriori: minacciata e presaga nel primo episodio, ferocemente devastata nel secondo, troppo rapidamente ricostruita nel terzo. La continuità fra i diversi momenti è data dai due giovani straordinari interpreti che prestano volto e corpo a tre diverse storie d’amore tra una ragazza serba e un ragazzo croato alle prese con le tensioni etniche e la violenza del mondo che segnano la loro vita e il loro rapporto. La forza del film sta nel cambiamento di stile e di registro che distingue gli episodi del racconto in un felice contrasto tra la presenza dei due attori e la diversità delle atmosfere in cui si trovano ad agire: l’estate idilliaca, lacerata dalla scoppio della violenza, nella storia d’apertura, il  peso delle macerie, che rende impossibile il tentativo di una riconciliazione, in quella centrale, la modernità ‘global’ e volgare  che irrompe con arroganza nel finale senza poter cancellare i residui traumatici del passato. Restano dubbi sul significato del titolo, ma questo è uno dei casi in cui si può fare tranquillamente a meno di darsi una spiegazione, catturati come si è dal sapiente intreccio ordito da Matanić.

 

Nagazzetta giugno 2016

il film

 

Al di là delle montagne

di Jia Zhang-Ke.
Con Zhao Tao, Zhang Yi, Giappone, Cina, Francia,  2015, 131’


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-72.jpgPassato, presente, futuro. Il bel film di Jia Zhang-ke racconta con malinconico disincanto, attraverso tre momenti discontinui, l’intreccio tra le mutazioni politiche e sociali e i destini individuali di una società in transizione.
Capodanno 1999: sullo sfondo di una Cina che apre le porte al capitalismo si svolge la storia privata della giovane tao che deve scegliere tra due spasimanti:  tradizione e nuovi modelli culturali si intrecciano e si contrappongono come contesto del dilemma di appartenenza della ragazza.
Quindici anni dopo (2014) ritroviamo la protagonista nel pieno del fallimento del suo matrimonio con un compagno cinico, attratto dal denaro e dai modelli occidentali. Il processo di modernizzazione e di trasformazione politica ed economica del paese si è ormai affermato con un suo portato individuale di delusione, frustrazione, solitudine.
In un futuro 2024, il giovane figlio di tao, dal significativo nome di Dollar, vive col padre nella ricca Australia, a completare il suo processo di sradicamento anche geografico: ormai completamente estraneo alla cultura d’origine, non parla più il cinese, comunica col padre  attraverso un’interprete e ben riflette lo smarrimento identitario di una nuova generazione.
Tutto il film, pur centrato sul piano dei sentimenti e dei destini individuali, è attraversato da una progressiva perdita della dimensione collettiva che si conclude nella struggente danza solitaria di tao in un paesaggio urbano devastato.

 

Nagazzetta giugno 2016

il libro

 

A Calais

di Emmanuel Carrère, Adelphi, 49 pagine, 7,00 euro


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/libro-72.jpgFin dalla prime pagine, l’autore afferma di voler raccontare Calais, al di là dei migranti. Ma non senza di loro, perché sarebbe impossibile, dato il forte impatto che il loro arrivo esercita sulla città e sui suoi abitanti. Il rischio di cadere nel novero dei turisti dell’informazione, sorta di “circo mediatico” allargato a chi non è professionista dell’informazione in senso stretto, è in agguato, come gli ricorda (rinfaccia) una cittadina che gli scrive con lo pseudonimo di Marguerite Bonnefille. Carrère però non cade nel tranello e tiene ben ferma l’attenzione su Calais e sui calesiani. E il giudizio che ne esce è pacato, ma impietoso. Non per i proclami razzisti urlati dai sostenitori del Fronte Nazionale – gli stessi dei leghisti nostrani –, ma perché dal suo racconto traspare che, pur essendo meno precaria di quella dei migranti che si raccolgono alle porte della città, la condizione di molti calesiani è molto più stagnante e percepita come irrimediabile. E allora diventa facile cedere al risentimento verso coloro che, contro ogni ragione logica, conservano un’energia e una straordinaria fame di vita, pur vivendo nella “Giungla”, la baraccopoli alle porte di Calais, dove tutto quello che di brutto può accadere, accade. Una stagnazione, quella descritta da Carrère, che Calais condivide con molte città, non solo di Francia, ma dell’intera Europa. Un male che si preferisce attribuire agli ultimi arrivati (i migranti), piuttosto che indagarne le radici profonde. Un male che spinge a rinchiudersi nella propria identità (in questo caso quella di calesiano), senza accorgersi che questa non c’è più a causa di uno sgretolamento interno, e non per il vituperato arrivo dall’esterno. 

 

 

Nagazzetta aprile 2016

il libro

 

Inquietudine migratoria. Le radici profonde della mobilità umana

di Guido Chelazzi, Carocci, 239 pagine, 16,00 euro


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/libro-71.jpgCe l’hanno detto e ripetuto da tante parti in questi anni che le migrazioni di oggi non sono un fenomeno nuovo né eccezionale e che rappresentano ‘una risorsa’. Nella pagine di Chelazzi – che è un etologo, ecologo e ecoantropologo – capiamo tutta la complessità su cui poggiano queste affermazioni. Realizziamo infatti quale concorso di discipline scientifiche, umanistiche e sociali sia indispensabile per accostare l’insopprimibile spinta alla mobilità che caratterizza la specie umana fin dagli albori della sua comparsa, tra il Pleistocene e l’Olocene, fin dai viaggi primigeni narrati dai miti universali. L’espressione che dà il titolo al libro descrive in etologia l’irrequietezza che si produce in specie animali migratorie costrette in cattività. Esteso agli umani, il bisogno di abbandonare l’ambiente originario diventa una delle pulsioni decisive nella costruzione dell’identità sia individuale che collettiva, pulsione sempre determinata da un intreccio di cause naturali e culturali. Ripercorrendone l’antichissima storia, nel succedersi delle civiltà, il libro mostra come il migrare – pur mutando nelle cause e nei modi - sia elemento strutturale della vicenda bioculturale della specie umana, parte integrante di tutte le grandi transizioni, compresa quella attuale caratterizzata dallo sviluppo delle reti migratorie globali, sospinte per il mondo dallo sconvolgente sviluppo della connettività planetaria. 

 

 

Nagazzetta aprile 2016

il film

 

Fuocammare

di Pierfrancesco li Donni.
Con Antonio Gargiulo, Raffaele Shassah, Adam Touré, Maxime Kesse, Italia 2015, 75’


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-71.jpgA metà strada tra film e documentario, Loro di Napoli è il racconto di una sfida sportiva: la partecipazione al campionato di terza categoria della Figc dell’Afro-Napoli United, la prima squadra di calcio italiana a essere composta da giocatori migranti e italiani. Una sfida che, come spesso accade, deve essere vinta negli uffici amministrativi prima ancora che sul campo di gioco. Tra scartoffie burocratiche, allenamenti e racconti di vita personale di alcuni giocatori (Adam, Lello e Maxime), il film accompagna l’avventura dell’Afro-Napoli United nella sua prima stagione calcistica, mostrando i piccoli e grandi problemi che la mancanza di un documento può provocare. Non mancano i riferimenti al razzismo – che, come ci racconta la cronaca sportiva, non risparmia neppure i campi del calcio professionistico –, ma che gli autori lasciano sapientemente sullo sfondo, riservando il ruolo di protagonisti ai ragazzi dell’Afro-Napoli United. È questo forse il merito più grande del film, che ha il pregio di narrare una storia individuale e collettiva. Una storia che non ha i contorni del riscatto (sociale, personale o economico), ma molto più prosaicamente quelli della voglia di giocare a pallone e di sentirsi parte di un gruppo di alcuni ragazzi di Napoli – a contare è soprattutto la loro parlata dialettale – tra adolescenza ed età adulta. Una storia collettiva, appunto, che, al pari di quello che l’allenatore dell’Afro-Napoli United pretende dai suoi giocatori in campo, è troppo forte e bella per concedersi alle provocazioni razziste.

 

Nagazzetta marzo 2016

il film

 

Fuocammare

di Gianfranco Rosi.
Con Samuele Pucillo, Mattias Cucina, Samuele Caruana, Pietro Bartolo, Italia/Francia 2016, 107’


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-70.jpgFrutto di un anno di soggiorno a Lampedusa, il film di Rosi è fondamentalmente un omaggio alle condizioni che vigono sull’isola, scissa fra il dramma che si compie nel mare e il bisogno della sua gente di portare avanti una vita normale e dignitosa malgrado l’assedio che incombe. Crescere, lavorare, cucinare, pescare, ascoltare le canzoni: questo è ciò che si deve continuare a fare. La narrazione si dipana lungo la simultaneità di questi due piani dai quali è bandita ogni ombra di retorica, tanto per quanto riguarda il ‘tema’ dei migranti, quanto per ciò che lo spettatore potrebbe aspettarsi dal ‘ritratto’ di Lampedusa. Nessuna traccia di stereotipi mediterranei: l’isola appare come entroterra livido, invernale, quasi mai panoramico. Rosi indugia negli interni delle case, sui volti (il ragazzino, la sua famiglia, il deejay, il medico), sui gesti che scandiscono una quotidianità pulita e ordinata, come in quel grande letto che la nonna rassetta con gesti di antica, rassicurante precisione. Tranne il dottore, testimone sofferto del disastro, i personaggi sembrano registrare quanto accade nelle loro vicinanze esibendo una ostinata reticenza: scarne le parole, quasi assente il sorriso; solo nel caso del bambino i sintomi di un vago malessere e un bisogno ossessivo di liberare l’aggressività. Ma proprio questo bisogno si rivela, nel finale, per quello che è: il desiderio, ben più forte, di una pacificazione, di una ‘gentilezza’ che il mondo costringe a nascondersi nel buio della notte, al riparo dall’oltraggio della Storia.

 

Nagazzetta marzo 2016

il libro

 

Giorni di fuoco

di Ryan Gattis, Guanda, 380 pagine, 18,50 euro


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/libro-70.jpgI 17 racconti che compongono Giorni di fuoco sono ambientati nel 1992, nei giorni della sommossa razziale di South Central (sud Los Angeles). Si tratta, ancora oggi, dice Gattis “del più grande disordine civile nella storia degli Stati Uniti”. Altri tempi: allora, l’assoluzione di quattro agenti del LAPD che avevano pestato a morte un taxista afroamericano - Rodney King - scatenò una rivolta con 60 morti, almeno 2000 feriti, enormi danni materiali a cose e a persone. Ai giorni nostri, nel 2015, la polizia ha ucciso decine di afroamericani, la maggior parte dei quali disarmati. Le reazioni, imponenti e rabbiose, non sono lontanamente paragonabili alla grande rivolta del 1992. Che cosa è accaduto? Il libro di Gattis non è un trattato di sociologia: è un lungo e doloroso periplo il cui fittissimo tessuto narrativo si ricompone in tante vicende parallele attraverso le quali si consuma il tragico fallimento di un modello sociale e politico le cui ripercussioni perdurano ancora oggi, come gli interessi passivi di un debito inestinguibile. Per spiegare che cosa è andato a male, lasciamo la parola ai protagonisti del libro: “Quando ho scritto la mia tesina di Storia moderna della California su Los Angeles” dice uno studente coreano “ho scoperto che entro i suoi confini sono rappresentate 146 nazioni e che vi si parlano 90 lingue”. “E c’è un’altra cosa da dire su L.A.”-  dice tra sé e sé Lil Creeper, uno spacciatore all’ultimo stadio della dipendenza e dell’ultraviolenza di strada - “Prendi un sacco di gente da tutte le parti del mondo, li sbatti nei loro ghetti e non gli permetti di mescolarsi né di capirci niente, e tutti hanno in testa solo di competere, perché, merda, chiunque a L.A. è sempre in lotta contro tutti e tutto”.

 

Sfoglia di seguito le prime pagine del libro.

 

Nagazzetta febbraio 2016

il film

 

Una volta nella vita

di Marie-Castille Mention-Schaar.
Con Ariane Ascaride, Ahmed Dramé, Noémie Merlant, Geneviève Mnich, Francia 2014, 105’


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-69.jpgDopo il memorabile La classe (2008), il cinema francese torna a cercare nel mondo scolastico lo specchio delle tensioni che percorrono la società contemporanea. In questo caso, tuttavia, il racconto non vuole tanto denunciare il disagio, solo accennato qua e là come di sfuggita, quanto aprire uno spiraglio di speranza nel fosco panorama di una periferia multietnica a sud di Parigi che assomiglia a quella di tante altre città. La storia narrata si basa su un episodio realmente accaduto qualche tempo fa di cui fu protagonista, fra gli altri, Ahmed Dramé, uno dei bravi giovani attori che interpretano il film. La classe più indisciplinata ed emarginata del liceo Léon Blum di Créteil viene incoraggiata dall’insegnate di storia - l’unica  a non aver perso la speranza in quei ragazzi sciamannati delle più diverse provenienze etniche - a partecipare a un concorso nazionale dedicato alla memoria della Shoa. Dopo le difficoltà iniziali, e grazie all’esperienza dell’incontro con un sopravvissuto al lager (Léon Ziguel, ex deportato scomparso di recente) il gruppo imparerà la bellezza del dialogo e del lavoro condiviso, fino a ottenere il primo premio. Animato da un intento palesemente didattico e da un’ottimistica fiducia nella possibilità che la scuola sia un luogo di crescita e di emancipazione, il film piace soprattutto per l’impronta di autenticità che la regia e la recitazione hanno saputo mantenere e che scongiura il patetico facilmente in agguato in una vicenda di questo genere.

 

Nagazzetta febbraio 2016

il libro

 

Quale Islam? Jihadismo, radicalismo, riformismo

di Massimo Campanini, La Scuola, 2015, 128 p.9.50 euro


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/libro-69.jpgQuesto instant book è un nuovo capitolo dell’emendazione dell’intelletto e delle passioni da tempo portata avanti da Massimo Campanini per far sì che ognuno di noi possa scrollarsi di dosso i pregiudizi, le false rappresentazioni e i cattivi pensieri verso l’Islam. Campanini e i suoi collaboratori affrontano con chiarezza e rigore la più spinosa delle questioni: l’Islam e la politica. O, per meglio dire: le politiche dell’Islam, comprese le più intollerabili. Il filo conduttore del libro è infatti la straordinaria eterogeneità delle figure del pensiero e dell’esperienza politica nella storia dell’Islam. E’ dunque cognitivamente sbagliato e politicamente pericoloso ridurne la complessità, soprattutto in riferimento alle questioni chiave intorno a cui si dipana il testo: la differenza che occorre sempre fare tra islamismo politico, radicale e fondamentalista; cosa vuol dire “Stato islamico”; il significato del (e non della) јіhād; che cos’ è la Shari'a; cosa bisogna intendere con il termine Califfato e perché chi pretende di rappresentarlo scatenando una violenza senza precedenti non ne ha alcun titolo; che differenza c’è tra Salafismo e Wahhbismo; in che senso ci sono aspetti riformisti e progressivi nella galassia dell’islamismo radicale, ecc. Di fronte allo scempio dell’immagine mediatizzata di un Islam retrogrado, medievale e talmente aggressivo da aver generato il peggior terrorismo teologico politico della storia, il miglior antidoto è, ancora una volta, affidarsi alla buona volontà di chi aiuta a capire e distinguere. 

Nagazzetta gennaio 2016

il film

 

A perfect day

di Fernando León de Aranoa.
Con Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko, Melanie Thierry, Fedja Štukan,
Spagna 2015, 106’


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-68.jpgIl 1995 nei Balcani: la conclusione degli accordi di pace. E' un momento pericoloso in cui tutti dovrebbero fermarsi, ma di cui chiunque approfitta per regolare gli ultimi conti. Chi invece non si ferma e 'un gruppo di cooperanti composto da due vecchie volpi del mestiere - Mabru' (un ottimo Benicio del Toro)- e B. (Tim Robbins al meglio); una neofita zelante e spaventata; una bellona russa già membro del gruppo, ex fiamma di Mambrù, ora una specie di ispettrice; l'interprete locale Damir. Al gruppo si unisce il piccolo Nikola che ha perso il pallone e i genitori (che i nostri ritroveranno nel villaggio distrutto, impiccati dai vicini per odio interetnico). Il gruppo e' impegnato in quella che potrebbe esse l’ultima operazione: rimuovere un enorme cadavere cacciato in un pozzo per inquinare le acque che riforniscono una comunità che non ha più nulla. La missione è impossibile: manca la corda, si mette di traverso la burocrazia ONU, le bande armate imperversano, le mine sotto e dentro le carcasse delle vacche bloccano il gruppo, ma non ne spengono la determinazione. Alla fine cade la pioggia. Una carrellata illustra alcuni parziali "lieto fine" compreso il cadavere che torna a galla alla superficie del pozzo. Il regista spagnolo Fernando León de Aranoa confeziona un film "caldo" e credibile portato avanti da uomini e donne che mettono in gioco molto per "portare la pace". La pace, pero', non e' uno stato, e' una pratica maledettamente difficile. I nostri si destreggiano nel caos con ordinarie virtù: la pazienza, l'ostinazione, il buon senso, l'ironia, il tutto sostenuto da quella che Spinoza chiamava la più lieta tra le passioni: l'amore.

 

Nagazzetta gennaio 2016

il libro

 

L’ultima utopia. Gli jihadisti europei

di Renzo Guolo, Guerini e Associati 2015, pp. 175, € 14,50.


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/libro-68.jpgGuolo è tra i più ascoltati esperti italiani in tema di foreign feighters. Questo saggio raccoglie i risultati del suo lavoro sulla crescente espansione del fenomeno. Descrive i processi che conducono cittadini occidentali con le più diverse biografie - immigrati di seconda generazione ma anche europei convertiti, accomunati dalla giovane età (fra i 18 e i 28 anni) - ad aderire al jihad. Non si tratta di un percorso che va dalla radicalizzazione religiosa a quella politica ma del contrario: questi giovani sono spinti da motivazioni ideologiche, dal rifiuto del sistema politico e della cultura del paese in cui vivono. L’islam radicale appare loro, immersi come sono nella modernità post-ideologica, l’ultima grande narrazione capace di offrire risposte di senso e proposte di azione.  Il fascino della militanza integrale è avvertito tanto dai maschi che dalle donne, sebbene destinati a ruoli diversi in ottemperanza alle regole della legge coranica, che ribadisce il primato maschile anche nel jihad. Maschi o donne che siano, i jihadisti europei trovano intorno a sé una fitta rete di luoghi e situazioni in cui ha modo di svilupparsi la loro radicalizzazione: le moschee, le carceri sempre più affollate di immigrati allo sbando e, soprattutto, la rete nella quale l’Is si dota di strategie comunicative sofisticate. Il messaggio, affidato a molteplici format, è basato su elementi simbolici di presa immediata, adatta a raggiungere una audience abituata alla cultura pop e pulp occidentale, ripudiata conoscendone e maneggiandone alla perfezione i linguaggi.

Nagazzetta Febbraio 2015

FILM

 

Timbuktu

di Abderrahmane Sissako.
Con Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi,
Francia – Mauritania, 2014, 97’.


libroVietato fumare, ascoltare musica (soprattutto rap) e giocare a calcio. Vietato togliersi il velo e mostrare i capelli, mostrare le mani e i piedi. Queste sono le regole principali che gli abitanti di Timbuktu devono rispettare sotto lo sguardo vigile di arbitri armati di fucile: un manipolo di miliziani jihadisti che ha preso il controllo della città. Abderrahmane Sissako dice di aver tratto ispirazione per il suo ultimo film dall’episodio della lapidazione di un uomo e di una donna accusati di adulterio e giustiziati dagli islamisti di Al Qaeda, che nel 2012 avevano occupato il Nord del Mali. All’origine dell’opera, quindi, gli stessi orrori che ci vengono raccontati quotidianamente a proposito dell’Isis, ma, al centro, la volontà di descrivere il volto dei carnefici e la vita delle loro vittime. Il carnefice è un essere umano, tanto quanto la vittima, ed è altrettanto incline a violare le regole assurde che lui stesso ha stabilito; è debole, si nasconde tra le dune per fumare una sigaretta e, mentre condanna l’adultero, prova a irretire la donna d’altri. Si copre di ridicolo, il carnefice, ma la vittima non può ridere di lui perché è crudele, spietato e giudice capriccioso della sua sorte. Può, al massimo, provare a resistere guadagnando degli spazi di libertà attraverso espedienti fantasiosi e poetici, come quello dei bambini che giocano una partita di calcio senza pallone, ma con autentici goal, esultanze e calci di rigore. è la vita ai tempi della jihad, raccontata con amara ironia e immagini di grande bellezza.

Nagazzetta Febbraio 2015

LIBRO

 

Cronache Di Ordinario Razzismo. Terzo Libro Bianco Sul Razzismo In Italia

A cura dell’Associazione Lunaria, Roma 2014. Distribuito gratuitamente e scaricabile anche in inglese dal sito www.cronachediordinariorazzismo.org.

libroProprio mentre la Giunta per le immunità parlamentari propone al Senato di negare l’autorizzazione a procedere in giudizio nei confronti di Calderoli nel caso Kienge, il Terzo libro bianco sul razzismo in Italia interviene con rigore di documentazione a mostrare quanto i comportamenti sociali, i discorsi delle istituzioni e dei media costruiscano quotidianamente l’immagine e l’esclusione dell’Altro. Come nelle edizioni precedenti, l’Associazione Lunaria fonda le sue analisi su un ricco database on-line, questa volta 2566 casi di discriminazioni e violenze razziste registrati tra il settembre 2011 e il luglio 2014. La novità rispetto ai rapporti del 2009 e 2011 è data dall’ampliamento dell’orizzonte di riferimento, reso necessario dopo i risultati delle elezioni europee del 2014 che, come sappiamo, hanno visto emergere, all’ombra della crisi economica, nuovi attori politici di segno marcatamente populista e xenofobo. Diviso in tre sezioni (Il contesto politico e culturale; Migranti e media; Cronache di ordinario razzismo) il libro si offre come utile strumento di lavoro e di studio grazie all’aggiornamento che fornisce sui diversi aspetti delle politiche e della giurisprudenza italiane in materia di discriminazione e all’ampio corredo bibliografico. Le pagine che, a una prima lettura, restano più impresse sono quelle che mostrano la manipolazione sistematica dei dati operata dai mezzi di comunicazione e le stigmatizzazioni tutt’altro che esenti anche dalle strategie retoriche della stampa che si definisce progressista.

Nagazzetta - Marzo 2015 -

FILM

 

Fuori campo

di Sergio Panariello, con Sead Dobreva, Kjanija Asan, Leonardo Landi, Luigi Bevilacqua. Italia 2014, 70'

fuori campoDei 200.000 rom presenti sul territorio italiano, solo 40.000 abitano in un campo, tutti gli altri vivono fuori. Fuori dal campo, dentro case e appartamenti. Non sono nomadi, non chiedono l'elemosina in metropolitana, hanno un lavoro e parlano italiano. Questa normalità è la scoperta del regista Sergio Panariello, autore del documentario Fuori campo, voluto dalle associazioni OsservAzione e Compare/Mammut che si occupano dei diritti di rom e sinti in Italia. Per rovesciare lo stereotipo secondo il quale il campo sarebbe la dimensione naturale del popolo rom, il regista decide di raccontare quattro storie di vita quotidiana di uomini e donne rom nelle città di Bolzano, Rovigo, Firenze e Cosenza. Sullo schermo si susseguono immagini di assoluta normalità: lavoro, scuola, partite di calcetto, impegno politico. Alle prime inquadrature perfino lo spettatore, vittima del suo stesso pregiudizio, fatica a riconoscere l'origine rom di alcuni personaggi. Ma, svelato l'espediente narrativo e compreso l'intento di denuncia del regista, il documentario perde di ritmo e di intensità, rimanendo il risultato di un'interessante ricerca e raccolta di documenti che possono essere consultati sul sito www.osservazione.org.

 

Nagazzetta - Marzo 2015 -

LIBRO

 

La bestia

di Óscar Martínez, Fazi Editore 2014, pp. 320, €16,00.

La bestiaLe pagine di questo reportage seguono l'interminabile percorso delle decine di migliaia di migranti, soprattutto ragazzini e ragazzine, che ogni anno lasciano la regione settentrionale del Centro America (Honduras, Guatemala, El Salvador) diretti verso il mitico Norte. Scappano da miseria, disuguaglianze, violenza che fanno anche di questa parte del mondo una micidiale "macchina per l'espulsione delle persone". Di fuga si tratta, infatti, più che di migrazione, precisa giustamente Martínez nel mostrarci le condizioni drammatiche che la determinano e le modalità terribili in cui si svolge e, troppo spesso, si conclude.

Il cammino attraverso territori impervi e infestati di criminalità ha come meta 'la bestia', il treno che, attraverso l'immensità del Messico (sarebbe stato utile avere nel libro una cartina), dovrebbe condurre alla frontiera con gli USA quelli che riescono a incollarsi "come zecche" alle sue lamiere. Saranno più di cinquemila chilometri e una media di ventotto giorni nei quali la maggior parte ritroverà, sotto nuove spoglie, lo stesso assedio di delinquenza, sfruttamento, morte da cui tentava di evadere.

E non sarà mai una sorpresa: la sorte delle centinaia che li hanno preceduti rende preparati, spesso consenzienti all'orrore che li attende. Eppure la marcia, guidata dalla speranza di un riscatto nonostante tutto, non si ferma mai e ci lascia sgomenti spettatori di una immane fatica che, nell'incalzare dei capitoli, assume il sapore di un destino che non dà scampo.

 

Nagazzetta - APRILE 2015 -

FILM

 

L’altra Heimat. Cronaca di un sogno

di Edgar Reitz,
con Jan Dieter Schneider, Antonia Bill, Maximilian Scheidt, Marita Breuer, Rüdiger Kriese, Germania 2013, 230’
.

La ricca Germania di oggi, meta di emigrazione fin dagli anni 50 del Novecento, era intorno al 1840 un paese contadino e affamato agli albori della sua tardiva rivoluzione industriale. Spaventosa la miseria, e un arcigno dispotismo feudale che reprimeva duramente i nascenti movimenti di rivolta. Da quel paese si fuggiva o si sognava di fuggire, perché “qualunque destino è meglio della morte”. L’altra patria del desiderio era il Brasile, un Eldorado per il quale i funzionari dell’imperatore portoghese reclutavano coloni in mezza Europa, aiutati dai racconti fantastici dei viaggiatori dell’epoca. Nell’ultimo film del ciclo dedicato da Edgar Reitz alla storia tedesca vista dal microcosmo di un villaggio renano, è questo il passato di cui il regista sceglie di restituire memoria a un presente che ne è immemore. Lo fa con un respiro ampio eppure asciutto, che scandaglia – attraverso un’accurata ricostruzione – le diverse pulsioni alla base del processo migratorio. “È possibile - così Reitz ha spiegato il suo intento - che una storia che descrive il modo in cui la gente lasciava la propria terra contribuisca a capire meglio i migranti di oggi. Che cosa significava un addio allora? Per quanto tempo le persone si portavano addosso, nelle loro nuove case, il dolore di quella partenza?”. Il film, sottotitolato, circola in queste settimane anche in Italia; se riuscite a trovarlo, concedetevi senza esitazione queste lunghe ore di intelligente narrazione vestita di un sontuoso bianco e nero. 

 

 

Nagazzetta - APRILE 2015 -

FILM

 

Samba

di Eric Toledano e Olivier Nakache,
con Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Izia Higelin, Youngar Fall, Francia 2014, 116’.


Eric Toledano e Olivier Nakache, già registi del successo cinematografico "Quasi amici", tornano sul grande schermo con una nuova commedia sul tema dell’immigrazione, "Samba". Con l’intento di raccontare la vita dei sans papier parigini con leggerezza e umorismo, i due autori imbastiscono una storia d’amore tra Samba (Omar Sy), ragazzo senegalese che da dieci anni vive in Francia senza documenti, e Alice (Charlotte Gainsbourg), una donna manager che in seguito a un crollo psicologico ha lasciato il lavoro per dedicarsi al volontariato in un centro di assistenza per migranti. Attorno a questa storia vengono costruite numerose situazioni – spesso solo accennate o descritte in modo superficiale- che vorrebbero offrire allo spettatore uno spaccato della vita tipica del migrante irregolare: il lavoro nero, i problemi con la polizia, i passaporti falsi, le pressioni della famiglia che dal paese d’origine chiede aiuto, le associazioni di volontariato e la solidarietà tra stranieri. Non manca nulla in questo calderone senz’anima, che strappa qualche sorriso, ma mai una risata di gusto, che accenna a un finale drammatico, ma si risolve in un prevedibile lieto fine.

 

Nagazzetta - MAGGIO 2015 -

FILM

 

Limbo

di Matteo Calore e Gustav Hofer,
Italia 2014, 56’ 


I CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione, sono quei luoghi dove vengono trattenuti cittadini non provenienti dai paesi U.E. e risultati privi di permesso di soggiorno durante un controllo delle forze dell’ordine. Il tempo di permanenza in questi centri può durare fino a 18 mesi e si configura come un lungo ed estenuante periodo di attesa sia per i “detenuti” che per le famiglie che aspettano di conoscere la sorte dei propri cari. Limbo, il nuovo documentario di Matteo Calore e Gustav Hofer, vuole raccontare questo tempo sospeso attraverso una prospettiva che, discostandosi dalla mera inchiesta giornalistica, faccia emergere l’aspetto più umano ed emozionale della vita dentro e fuori dai CIE. Per fare questo i registi scelgono quattro storie di uomini provenienti da Marocco, Nigeria, Salvador, Egitto. Sono mariti, padri, fidanzati che un giorno come un altro non hanno fatto ritorno a casa e si sono trovati imprigionati e lontani dalle proprie case, pur non avendo commesso alcun reato. Sono logorati dalla rabbia per l’ingiustizia subita, dalla paura del rimpatrio, dal vuoto di giornate che trascorrono nell’alternanza cibo- sonno, senza la possibilità di svolgere qualsiasi attività. E intanto le famiglie aspettano, attaccate al telefono nella speranza di ricevere buone nuove o facendo la staffetta avanti e indietro dai centri. In questa disperazione che spesso porta i detenuti a forme estreme di protesta e di autolesionismo, la macchina da presa dei due registi diventa un’ancora di salvezza, un megafono in cui urlare la propria storia.
Il documentario verrà proiettato in varie città di Italia, all’interno della campagna #MAIPIUCIE http://sospesinellimbo.com/.

 

Nagazzetta - MAGGIO 2015 -

LIBRO

 

Confessioni di un trafficante di uomini

di Andrea Di Nicola e Giampiero Musumeci, chiarelettere 2014, pp. 176, € 12,00.

La bestiaAttraverso i racconti-confessioni di alcuni protagonisti, i due autori svolgono una lucida analisi del business dell’immigrazione clandestina, delineandone la struttura, le dinamiche e le figure coinvolte. Senza accontentarsi degli stereotipi mass-mediatici – gli scafisti, Lampedusa come unica porta di accesso alla fortezza Europa – descrivono gli scenari noti (le coste del Mediterraneo) e meno noti (le aree di transito degli aeroporti), mettono a fuoco i princìpi di governo e individuano i tre momenti (il reclutamento dei migranti, il loro trasferimento e l’ingresso nel Paese di destinazione) su cui si fonda l’attività dei trafficanti, che ai loro occhi è in tutto e per tutto paragonabile a quella di un’agenzia di viaggi che riceve/cerca i propri clienti, offre loro pacchetti-viaggio su misura, in base alla destinazione prescelta e alle diverse disponibilità economiche, e prova ad accontentarli (se si vogliono trovare nuovi clienti non c’è miglior testimonial di un cliente soddisfatto).
La lezione che si evince dai vari racconti è sempre la stessa: come qualsiasi attività economica, il business dell’immigrazione clandestina risponde alle leggi del mercato e pertanto finché ci sarà domanda (migranti in cerca di salvezza o di una vita migliore) l’unico risultato che produrranno le misure di repressione sarà quello di far lievitare il costo del servizio (il prezzo del viaggio e il numero di vittime).

 

 

Leggi un estratto del libro:
(dal sito "www.chiarelettere.it)

Nagazzetta - Giugno 2015 -

LIBRO

 

Abolire il carcere

di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta, Chiarelettere 2015, euro 12, pp. 120.

Abolire il carcereGli autori invitano a riprendere la riflessione, ormai storica, sulla necessità di superare la detenzione come forma unica e inevitabile di somministrazione della pena. Il tema è particolarmente urgente oggi in Italia perché, pur disponendo di un corpus di leggi, anche recenti, che consentirebbe una riduzione o sostituzione dell’area del carcere con misure alternative più adeguate, vi si fa ancora ricorso in modo ben più sistematico che negli altri paesi europei: il 24% dei condannati lo subiscono in Inghilterra e in Francia, l’82% nel nostro paese. Le conseguenze in termini di costi, sovraffollamento, negazione dei diritti elementari, impossibilità di recupero dei reclusi restano drammatica attualità. L’argomentazione a favore dell’abolizione del carcere si lega indissolubilmente nei vari saggi a quella per una drastica riduzione del diritto penale, che è alla base dell’eccesiva scelta della prigione come rimedio sanzionatorio. Quello che manca è invece un confronto seppur minimo con i motivi che stanno alla base della situazione italiana, una denuncia del ruolo di discarica sociale che il carcere svolge in tempi di crisi. Se tanta galera continua a sussistere, nonostante alcune riforme, rendendo illusoria l’ipotesi di una sua abolizione, è infatti perché rappresenta ancora lo strumento privilegiato con cui un welfare al collasso gestisce disagio e marginalità.

 

 

Leggi un estratto del libro:
(dal sito "www.chiarelettere.it)

Nagazzetta - GIUGNO 2015 -

FILM

 

Asmarina

di Alan Maglio e Medhin Paolos,
Italia 2015, 69 min
 


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-63.jpgNegli anni Trenta Mimmo Carolei, italiano d’Eritrea, cantava “Asmarina del mio cuor” per celebrare le bellezze di Asmara. Questa canzone, che dà il titolo al documentario diretto e prodotto da Alan Maglio e Medhin Palos, è solo uno dei “reperti” storici che i due registi hanno riportato alla luce per raccontare la storia della comunità habesha (eritrea ed etiope) in Italia e in modo particolare a Milano. Il film è parte di un progetto più ampio che vuole raccogliere storie e ricordi di una comunità che affonda le sue radici nell’esperienza coloniale italiana nel corno d’Africa. Questo lavoro di ricerca genealogica si nutre di archivi fotografici istituzionali, album di famiglia e testimonianze raccolte nei salotti, nei bar e nei ristoranti del quartiere di Porta Venezia. Il risultato è un mosaico variopinto di storie di migrazioni. Desiderio di conquista, rimpatrio forzato, fuga da dittature: si parte dai figli meticci dei coloni per arrivare ai profughi che sbarcano in questi giorni sulle coste siciliane. Ognuno racconta la propria storia, tramandandola di generazione in generazione, fedele al patto stipulato all’inizio: “La tua storia la devi raccontare veramente, la vera storia però, non nascondere il brutto e poi dire le cose belle. Da dove sei venuto, come sei venuto, come sei cresciuto, di chi sei figlio … allora io racconterò tutto questo”.


Il film è parte del progetto asmarinaproject, per maggiori informazioni e per le date delle proiezioni consultare il sito http://asmarinaproject.com

 

Nagazzetta Settembre 2015

il libro

 

L’invenzione della Frontiera

di Federico Simonti, Odoya 2015, pp.350, euro 22.

L’invenzione della FrontieraIl sottotitolo ambizioso - Storia dei confini materiali, politici, simbolici - evita di scambiarlo per un instant book, scritto sull’onda dell’indignazione per il muro di Orbàn, l’ultimo di una foltissima serie. No, qui si parte dal primo che con un bastone segnò il confine di quella che sarebbe diventata una città e poi magari un impero e si arriva a oggi. Viaggiando sulla carta geografica e fornendo cifre, informazioni, immagini sulle frontiere come manufatti. Soprattutto, scavando in profondità nel concetto di frontiera, “una sorta di arma a doppio taglio”, difficile da maneggiare “perché all’occorrenza sa farsi ponte o divenire barriera insormontabile”.
Simonti, che vive tra libri ponderosi e bagaglio leggero, convoca storici, geografi, viaggiatori, politici, letterati e pensatori. Confeziona un libro fatto quasi per intero di citazioni, che vive dichiaratamente sulle spalle dei giganti, essendo difficile aggiungere qualcosa di nuovo - sotto il profilo teorico - sul tema. Ha comunque un suo punto di vista e lo dichiara, di nuovo usando le parole di un altro, il Régis Debray autore dell’Elogio delle frontiere: “Come europeo, ho scelto di celebrare quello che altri deplorano: la frontiera come vaccino contro l’epidemia dei muri, rimedio all’indifferenza e salvaguardia del vivente”. L’ultima globalizzazione ha paradossalmente terremotato la faccia buona della frontiera.  I confini cancellati per le merci si sono moltiplicati nello spazio geopolitico e nelle menti. L’ossessione delle frontiere l’ha definita il geografo Michel Fouchet. Il pendolo tra elogio e ossessione ribadisce la statuto ancipite della frontiera.

 

Nagazzetta Settembre 2015

il film

 

Those Who Feel the Fire Burning

di Morgan Knibbe
Olanda 2014, 74 min
 


tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-64.jpg

“Esistenza e non esistenza per me sono entrambe estranee” dice lo spettro di un uomo annegato durante una traversata in gommone verso l’Europa. Questa condizione è il tema del docu film di Morgan Knibbe. Girato con una tecnica estraniante, seguiamo in soggettiva la camera drone che plana e decolla febbrilmente al seguito dello spirito che si aggira in un desolato limbo attraverso città e luoghi d’Europa. Come in un viaggio dantesco, accompagnati dalla voce spettrale, incontriamo altre vite sospese di profughi, rifugiati, fuggiaschi- clandestini o in cerca di uno status. Un uomo vive raccogliendo metallo con una carrozzina; una madre marocchina tossicomane si buca assistita da un uomo che cerca di convincerla che nella vita c’è ancora altro; giovani che ricordano intorno al fuoco le prime speranze e pianificano quel che resta della loro rotta; i clandestini che penetrano a rischio della pelle in un cargo a Patrasso; scene di disperazione a Lampedusa nel 2013; un immigrato senegalese, non più giovane, parla al telefono con la fidanzata in Africa da un tugurio ad Atene alternando fremiti di desiderio e malinconiche promesse. La voce dello spirito si mescola infine con le altre voci creando un patchwork di ricordi, desideri, sogni, appassionati, mesti e disperati. Il film si chiude con lo spirito che forse ha trovato l’anticipazione del paradiso di cui va in cerca introducendoci in una Hussainia, una sala per cerimonie religiose da qualche parte in Europa, ove si svolge il rito sciita del lutto di Muharam. Alcuni uomini si percuotono il petto sino a sanguinare. Gli altri fedeli condividono piangendo una sublimazione collettiva del dolore in cui sembrano riassumersi le sofferenze che abbiamo visto in questo film dolente insieme a tutte quelle che non vedremo mai. 

 

 

Nagazzetta Ottobre 2015

il libro e il film:

 

I preferiti di Italo

Tra i libri e film preferiti da Italo, due classici americani: On the road, coi suoi personaggi complessi, trasgressivi, sempre “alla ricerca”, e Colazione da Tiffany, dominato dalla figura di una giovane provinciale, sofisticata, fragile, entusiasta.

Ed ecco che Italo ci stupisce di nuovo: gli opposti che stanno insieme, il furgone di Kerouac e la gioielleria di Audrey Hepburn.

Italo era così: teneva insieme tutto. Tutto quello che a lui piaceva, la maratona e l'anarchia, la confusione creativa e il gusto per il bello, il suo studio nella periferia milanese e le cliniche in Chiapas, il piccolo e il grande, l’amicizia e l’amore...

Ogni cosa per Italo poteva convergere, forse grazie al suo amore per la Libertà che lo rendeva, come ha scritto un volontario del Naga, “un abile regista libertario, fiducioso e innamorato del teatro della vita”... dove i jeans sdruciti e polverosi  potevano essere perfettamente abbinati al tubino nero... e le nuove strade, i tanti idiomi e sapori del viaggio sapevano incontrarsi in una casa accogliente.   

 

 

On the road Colazione da Tiffany

Nagazzetta novembre 2015

il film

 

I sogni del lago salato

tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-66.jpgdi Andrea Segre, documentario, Italia 2015, 72 min
 

Il documentario di Andrea Segre, presentato al Festival di Locarno 2015 e ora in circolazione in alcune sale italiane, dimostra quale serbatoio di riflessione possano essere anche per il cinema le fasi di transizione storica. Con la scoperta dei suoi giacimenti di petrolio e di gas il Kazakistan sta voltando le spalle con sconcertante rapidità all’arretratezza in cui versavano le sue steppe, i suoi laghi sconfinati, i suoi villaggi. Il paese si è tuffato a capo fitto in un neocapitalismo sfrenato che prende il volto da luna park della capitale Astana e consegna i resti del passato a uno squallido abbandono. Sostenuto da una magnifica fotografia, Segre osserva, intervista e commenta con la sua voce fuori campo le derive di questo ‘sviluppo’ nel quale gioca un ruolo importante anche l’Eni. Per questo, con un collegamento intelligente e originale, le immagini kazache si intrecciano a quelle d’archivio dell’Italia in cui negli anni 60 si compiva – con i risultati che conosciamo – un’analoga parabola. Ne esce la cronaca di speranze e illusioni condivise, a una così grande distanza spazio-temporale, da uomini e donne travolti dall’euforia di una crescita improvvisa. Segre - ce lo dice nelle note di regia – invita con il suo racconto a indugiare su volti e paesaggi e a “contare le ferite” che anche i sogni lasciano dietro di sé.

 

 

Nagazzetta novembre 2015

il libro

 

Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale

di Saskia Sassen, il Mulino 2015, pp.289, euro 25

tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/libro-66.pngDagli anni Novanta del Novecento Saskia Sassen cartografa spazi, descrive processi economici e sociali, analizza fenomeni e tendenze politiche, fabbrica concetti per comprendere il nostro presente globale. Una genealogia della globalizzazione giunta a un punto critico intorno a cui si condensa questo tesissimo ultimo libro. Negli ultimi vent’anni, un capitalismo finanziarizzato, predatorio e criminale ha prodotto ai vertici della piramide globale un’élite libera da qualsiasi responsabilità di fronte alla società, alla vita della specie umana, all’ambiente e, alla base, masse e sciami di individui espulsi dalle proprie terre e dai propri mondi vitali; moltitudini di diseredati privati di redditi e opportunità; un esercito di detenuti che cresce di continuo in tutte le parti del mondo. In questo contesto, la distinzione tra migranti economici e rifugiati in fuga da guerre e conflitti - sottolinea l’autrice - non ha alcun fondamento possibile. Gli oltre 800 milioni di espulsi e sfollati in tutto il mondo sono travolti dalla guerra letale che il capitale globale predatorio conduce contro i viventi con la rapina della terra, la cartolarizzazione finanziaria della vita, l’avaria climatica e ambientale. Non c’è resistenza o movimento sociale in grado di fermare questo vortice, è la conclusione amara della sociologa-economista. Quello che si può e si deve fare, è seguire la traccia degli spazi formati dai movimenti degli espulsi e degli sfollati per costruirvi nuovi concetti, nuove pratiche, nuove forme di vita. Questi “sono potenzialmente i nuovi spazi in cui agire, in cui creare economie locali, nuove storie, nuovi modi di appartenenza”.

 

Nagazzetta dicembre 2015

il film

 

Dheepan. Una nuova vita

tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/film-67.jpgdi Jacques Audiard.
Con Vincent Rottiers, Jesuthasan Antonyhasan, Kalieasvari  Srinavasan. Francia, 2015, 109’.
 

E’ in fuga dallo Sri Lanka Dheepan, guerrigliero segnato dalla guerra civile. Porta con sé una donna e una bambina sconosciute per simulare con loro, una volta approdati in Francia, una realtà familiare che agevoli l’accoglienza. Non ci vorrà molto per scoprire che la guerra da cui si è scappati ricompare, sotto altre spoglie, nella diseredata periferia in cui Dheepan ha trovato lavoro come guardiano. L’implacabile parabola narrata da Audiard si svolge all’interno di un complesso di edifici dominati da bande di trafficanti di droga, spesso, a loro volta, immigrati che hanno trovato il solo sbocco della delinquenza e vivono asserragliati in un recinto di soprusi e violenza. Il tentativo di costruire un’esistenza normale, magari addirittura visitata dall’amore, viene via via demolito dal ritmo incalzante di una vicenda che è tragica nella sua ineluttabilità, anche nei momenti in cui concede uno spiraglio di tregua. Tregua è il magnifico dialogo fra il capo gang e Yalini, la finta moglie di Dheepan, in due lingue che non si capiscono ma si intuiscono; tregua sono i successi scolastici della piccola Illayal e la tenerezza che si affaccia tra l’uomo e la donna. Ma è difficile abboccare, negli ultimi minuti, a un lieto fine che, nella sua plateale inverosimiglianza, sembra affermare l’impossibilità di quella ‘nuova vita’ e renderla simile, tanto è irraggiungibile, agli sprazzi onirici che costellano, struggenti, il film.

 

 

Nagazzetta dicembre 2015

la rivista

 

La strategia della paura

Limes, n.11/2015 (dicembre), pag. 240, 14 euro

tl_files/naga/immagini/nagazzetta-web-immagini/libro-67.jpgIncalzati e frastornati dalla cronaca degli orrori, abbiamo bisogno di una bussola per orientarci nel caos globale. Cerchiamo informazioni e analisi che reggano a due giri di lancette d’orologio. Le troviamo nel numero di dicembre di Limes, dedicato alla strage di Parigi, agli antefatti e alle reazioni da essa suscitate. L’incipit dell’editoriale del direttore Lucio Caracciolo – “Il terrorista porge al nemico la corda con cui impiccarsi. Il nodo scorsoio offertoci dai jihadisti ha un nome: guerra al terrorismo”. – anticipa il giudizio argomentato in (quasi) tutti i venticinque articoli del fascicolo: le reazioni sono state scomposte, irrazionali, controproducenti, a partire dalla “guerra all’islamismo radicale” dichiarata dal presidente francese Hollande.  E Limes, che si colloca saldamente sul versante “realista” del pensiero geopolitico, non ripudia la guerra per principio, ma la considera una cosa mortalmente seria.
La prima sezione di questo numero passa in rassegna “amici, nemici e utenti dello Stato islamico”, mappa la ragnatela dei loro doppi e tripli giochi e dei rovesciamenti di fronte; la seconda si interroga sul “che fare?” e boccia l’intensificazione della “mezza guerra” dal cielo di un Occidente senza strategia; la terza, fatte le pulci alla presuntuosa e sconclusionata politica estera francese, bolla l’azzardo militare e securitario di Hollande come un’escalation nella decostruzione dell’Unione Europea. Che era arrivata a buon punto già prima del 13 novembre con “la morte di fatto del sistema Schengen, i blocchi alle frontiere, i muri anti-migrante, il festival dei nazionalismi e dei particolarismi, il crollo dei flussi interbancari nello spazio comunitario”.

 

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