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Emergenza nord Africa: e adesso?

50.000 persone durante i giorni dei bombardamenti Nato in Libia, nella primavera 2011, sono state rastrellate casa per casa, imprigionate, picchiate, derubate, imbarcate con la forza dalle milizie di Gheddafi e spedite in Italia come ritorsione. Persone spesso giovanissime, provenienti da altri paesi africani e dal Bangladesh, che in Libia lavoravano e vivevano da tempo, con un progetto migratorio spesso già compiuto, di relativo successo ed integrazione. All’arrivo in Italia, molti profughi si sono dispersi, 20.000 sono stati accolti in un sistema improvvisato ed emergenziale che con audace fantasia alberghiera (hotel in alta montagna) e riciclo di strutture incongrue e dimenticate (Mineo) ha
generato e consentito uno spreco di risorse pubbliche ampiamente documentato dalle inchieste giornalistiche degli ultimi mesi. A fronte di una emergenza indubbiamente complessa, un capolavoro di inefficacia, gestita dal Ministero dell’Interno, dall’Anci, dalla Protezione Civile e dalle Prefetture, costato 1 miliardo e 300 milioni di euro. Se possibile ancora più grave ed insensato è stato l’iter giuridico previsto per la regolarizzazione sul territorio: la decisione di chiedere ai profughi di presentare domanda di Asilo Politico. 39.000 domande sottoposte alle Commissioni Territoriali che hanno avuto al 90% esito negativo e conseguente presentazione e discussione di altrettanti ricorsi sostenuti da avvocati pagati con il gratuito patrocinio dello Stato. Opportuna sarebbe la valutazione di questo immenso spreco di energie e risorse a fronte della semplice richiesta di concedere un Permesso Umanitario (tra l’altro già concordata per i profughi Tunisini entrati in Italia prima del 5 Aprile 2011) chiesta tra gli altri dal Naga, nel Ottobre 2011, e concessa in extremis dal Governo con più di 1 anno di ritardo. L’accoglienza oltre a provvedere al vitto e all’ alloggio ha sostenuto costi per investimenti in strumenti formativi e di accompagnamento nelle ricerca di un lavoro, in un percorso che avrebbe dovuto condurre ad una reale autonomia. Abbandonati a se stessi in luoghi a volte isolati ed inaccessibili, posteggiati e dimenticati da tutte le istituzioni, salvo le questure che conoscevano qualunque spostamento (tre giorni fuori dall’albergo hanno comportato perdita di ogni tutela, inappellabile), pochi sono coloro che hanno imparato realmente la lingua Italiana e ancor meno le persone che hanno usufruito di doti formative con finalità occupazionali. Con tutte le
sfumature di colore che dipingono situazioni diverse da regione a regione, con tutte le peculiarità e qualche eccellenza in Toscana ed Emilia Romagna e clamorosi flop in altre latitudini, e non dimenticando che le persone coinvolte hanno una forte responsabilità personale nel perseguimento del proprio percorso di integrazione, tuttavia i problemi aperti attualmente sono numerosi, comuni, ed estremamente preoccupanti.

Il 28 Febbraio 2013 finisce l’accoglienza ENA.

-A fine anno è stata annunciata la chiusura dei fondi e il passaggio della gestione dal 31/12/2012 ai Prefetti, con previsione di una progressiva uscita dal sistema, anche attraverso programmi di rimpatrio volontario e assistito.

-Profonda è la disparità del trattamento pregresso in termini di accoglienza e percorsi formativi attuati, sia tra regioni diverse che tra strutture diverse.

-Si diffondono annunci sulla monetizzazione di una buona uscita che sembra l’unico vero corollario alla parola fine sull’accoglienza. Buona uscita poco significativa per chi senza strumenti deve affrontare una ricerca di autonomia ma contestualmente capace di scatenare reazioni sproporzionate in persone che sentono circolare cifre decisamente diverse da un luogo all’altro del paese; in alcuni casi monetizzazioni
già liquidate, con conseguente chiusura dei centri accoglienza.

– Inspiegabili ostacoli burocratici tuttora rendono vana la ricerca di un lavoro: moltissimi comuni non rilasciano il certificato di residenza vista la temporaneità delle ospitalità. Residenza che è richiesta per ottenere la carta di identità, voluta dai datori di lavoro per assumere.

-Ai profughi è impedita la mobilità verso altri paesi Europei perché numerose Questure non rilasciano il Titolo di Viaggio

-Sembra quasi ovunque abbandonata l’idea di realizzare una seconda accoglienza di tutoraggio ed accompagnamento al lavoro, unica via utile per condurre ad una efficace autonomia.

– Non si vede la dovuta attenzione per la imprescindibile necessità di tutela dei soggetti più fragili.

-Nessuna chiarezza è stata fatta sulla continuità al momento in cui scadrà il Permesso Umanitario concesso: è da prevedere il
rinnovo per un anno o in eventuale subordine la concessione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione.

-Continua a mancare un coordinamento regionale in Lombardia che si occupi della uniforme accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati in regione. Intanto in alcune città e in alcuni centri si sono già verificati disordini e contestazioni.

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