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Nagazzetta di settembre

Leggi l’ultimo numero della Nagazzetta: l’editoriale, le recensioni,
viso pallido e la lunga (e bellissima) recensione del film Io Sto Con La
Sposa.

Viva La Sposa

Un matrimonio on the road
attraverso le frontiere dell’immigrazione e del cinema

 

“Non abbiamo bisogno di parlare per gli altri, gli altri
possono parlare, possono raccontare le loro storie. Il nostro compito era
quello di trovare il modo di far parlare quella gente”. E Antonio Augugliaro,
Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry un modo l’hanno trovato per
dare voce alle migliaia di persone in fuga dalla guerra che attraversano il
Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Un regista, un giornalista e un poeta
scelgono il cinema come linguaggio, la disobbedienza come azione, un corteo
nuziale come pretesto e danno vita a un vero e proprio caso cinematografico:
“Io sto con la sposa”.

Il progetto nasce, in una mattina d’ottobre, da un incontro
fortuito alla stazione di Porta Garibaldi a Milano. “Da che binario parte il treno per
Stoccolma?” chiede un ragazzo siriano a Gabriele e a Khaled, sentendoli parlare
in arabo. È in Svezia che la maggior parte dei siriani vuole arrivare per
chiedere asilo politico; l’Italia è solo un punto di transito, una meta
obbligata che si vorrebbe abbandonare quanto prima senza lasciare traccia del
proprio passaggio. Essere identificati, registrare le proprie impronte digitali
significa rimanere confinati al di qua delle Alpi, senza possibilità di
movimento.

Ma da Milano non partono treni per la Svezia. Bisogna
trovare un contrabbandiere, pagare cifre vertiginose e sperare di non essere
bloccati alla frontiera. Oppure bisogna affidarsi alla fantasia di
un’intuizione, all’idea tanto poetica quanto rocambolesca di improvvisare un
corteo nuziale, di vestire i fuggitivi da sposi e da invitati e di mettersi in
viaggio ripetendo come un mantra: “chi fermerebbe mai il corteo di un
matrimonio?”.

Quattro automobili con fiocchi bianchi agli specchietti, una
troupe per le riprese, i tre registi, alcuni amici italiani “per fare numero”,
una sposa palestinese di Damasco e cinque profughi di guerra: Abdallah, il
ragazzo incontrato alla stazione, Alaa e suo figlio Manar, un bambino rapper, e
una coppia di anziani, Ahmed e Mona. Quattro giorni e tremila kilometri
attraverso l’Europa: Milano, Marsiglia, Bochum, Copenhagen, Stoccolma.

Il documentario non fa altro che registrare tutto questo,
raccontare quello che è, prima di tutto, il tentativo di mettere in salvo degli
amici attraverso un matrimonio on the road.

Partendo da questo
presupposto è facile capire in che senso questo film abbia scardinato gli
schemi tradizionali con i quali il cinema ha raccontato fino ad ora l’immigrazione.
Verrebbe da dire che, oltre alle frontiere che separano gli stati, i registi
abbiano voluto mettere in discussione e complicare anche quei limiti e quei
confini che fino ad ora, sul grande schermo, hanno separato il soggetto che racconta
da colui che viene raccontato. Se prima il regista narrava dall’esterno una
storia che non aveva vissuto in prima persona, ora invece scavalca la barriera
e diventa egli stesso parte dell’azione. Antonio, Gabriele e Khaled salgono in
macchina e si mettono in marcia: “noi abbiamo vissuto un’avventura, abbiamo
viaggiato insieme e abbiamo raccontato la nostra storia, la storia di tutti”.
Il cinema non è più solo uno strumento per raccontare, ma diventa azione
politica che rivendica la libertà di circolazione come diritto umano fondamentale.
“Io e Gabriele siamo scrittori” spiega Khaled “possiamo scrivere di queste
cose, ma dopo cosa succede? Questa volta abbiamo detto: facciamo qualcosa noi, corriamo noi un
rischio. Invece di scrivere un articolo che leggeranno trecento, quattrocento
persone, sfidiamo una legge che per noi non è normale, è contro gli uomini.”

Avere cambiato la prospettiva è forse ciò che ha permesso ai
registi di uscire dalla solita retorica secondo la quale “gli italiani buoni
aiutano i poveri immigrati”: “l’immigrato non è povero in quanto tale, ma è
semplicemente un uomo in fuga dalla guerra. Se scoppiasse una guerra in Italia,
sarebbe l’italiano ad avere bisogno di aiuto.”

Si tratta, quindi, prima di tutto, di raccontare la storia
di persone che hanno conosciuto la morte, ma nello stesso tempo hanno un grande
desiderio di vivere. La migrazione non è solo storia di naufragi, ma è anche
l’avventura di uomini e donne che hanno progetti per il futuro, che ad ogni
occasione buona intonano un canto o improvvisano una danza. Sono innumerevoli,
nel film, le scene di festa, in cui la musica con il suo ritmo travolgente
diventa protagonista: “Dopo tutto, l’intero film è un matrimonio, è una festa. E
quando la festa finisce, la musica si interrompe, i ricordi tristi
riaffiorano.”

Come spiega la sposa, raccontando i bombardamenti su
Damasco, per una strana alchimia, laddove la morte è più vicina, la vita
esplode in tutta la sua potenza. I tre registi raccolgono quest’idea e fanno
del film un groviglio inestricabile di elementi opposti e complementari: vita e
morte, riso e pianto, tragedia e speranza. Qui sta la potenza di un film che
per la sua universalità, contagia di entusiasmo gli spettatori e li obbliga a
scegliere da che parte stare.

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