Notizie

Un giorno in Questura

La testimonianza di una volontaria del Naga

Immaginiamo l’ufficio anagrafe di un Comune.

Immaginiamo che il numero di cittadini che usufruiscono dei suoi servizi sia talmente alto che quotidianamente si formi una coda per accedere agli sportelli. Che cosa verrebbe fatto per risolvere il problema? Qualcuno si permetterebbe di dire che ci sono troppi cittadini? Sarà più probabile che – prima o poi- venga aumentato il numero di sportelli per sveltire il servizio.

Perché, ormai da anni, per accedere ai servizi dell’Ufficio stranieri della questura di Milano bisogna mettere in conto di perdere almeno una o mezza giornata di lavoro facendo ore di fila fuori e dentro la questura? La risposta degli ufficiali di polizia “ci sono troppi stranieri”, equivale al non voler riconoscere la presenza di persone che vivono in Italia e che sono titolari di diritti. Per arrivare allo sportello si deve compiere una maratona sperando che la documentazione sia impeccabile e che l’impiegato sia ben disposto. L’ottenimento di quanto dovuto sembra più un atto di clemenza da parte della Questura che la conseguenza di un diritto.

Nel caso dei richiedenti asilo, ecco un esempio di cosa succede:

Un richiedente asilo entra in Questura per essere fotosegnalato e per dare alcune prime informazioni generali su di sé con la compilazione del cosiddetto modello C3.

Così si procede per il fotosegnalamento: le persone sono unite in gruppi di 20-30 individui e vengono portate in un atrio ghiacciato dove aspettano il loro turno, guardati a vista da un poliziotto. Non possono allontanarsi finché tutto il gruppo non è fotosegnalato. Passano così 4 o 5 ore. Inoltre, in mia presenza, il funzionario che fotosegnala si è permesso di scherzare sul nome delle persone quando veniva a chiamarle e di mandare la sottoscritta nel bagno dei “normali” (sic!) mentre i richiedenti asilo dovevano accontentarsi di un bagno dalle condizioni peggiori.

Dopo questo passaggio c’è un diverso trattamento tra un richiedente asilo ospite in un sistema di accoglienza e uno che ha fatto domanda autonomamente. Il primo passa subito dopo alla compilazione del C3 e gli viene rilasciato il permesso di soggiorno. Il secondo riceve una lettera in cui gli si dice che dovrà tornare dopo 6/8 mesi per il C3 (questo forse potrebbe non succedere più con l’applicazione della recente direttiva europea sulle norme relative all’accoglienza).

Per chi è arrivato via mare, ed è probabilmente già stato fotosegnalato, la questura ha già nome e cognome della persona. Nel 50% dei casi questi dati sono scorretti non tanto per colpa del richiedente ma per la fretta con cui vengono raccolti.

Nonostante il richiedente faccia la domanda d’asilo nella questura di Milano, con la compilazione del modello C3, non ha la possibilità di dichiarare nome, cognome e data di nascita corretti perché gli viene detto che per fare questo dovrà aspettare il colloquio con la Commissione Territoriale.

Gli viene quindi rilasciato un permesso di soggiorno con dei dati sbagliati. Immaginate il nostro stato di sconcerto e sconforto quando un ufficiale di polizia si è parecchio innervosito con me e con un richiedente asilo proprio perché i dati dichiarati alla Commissione non combaciavano con quelli sul permesso di soggiorno (vedi sopra il perché). Inutili sono stati i tentativi di spiegargli che proprio il suo collega della scrivania a fianco aveva negato la possibilità a quella persona di modificare i dati, in quanto erano stati così raccolti in Sicilia.

Laddove il richiedente asilo riceva il diniego, ha diritto al ricorso e al rilascio di un permesso di soggiorno “per attesa ricorso pendente”. Quasi sicuramente la persona non entrerà mai in possesso di questo permesso, poiché i tempi per un appuntamento in Questura (da prendersi con il non semplice sistema Cupa) sono di 9/10 mesi, ovvero quando ormai il giudice si sarà pronunciato e la persona non avrà più bisogno di un permesso di soggiorno di quel tipo.

La Legge dice che i diritti del ricorrente non decadono, anche se la persona non è in possesso di un permesso di soggiorno, ma come spiegarlo agli uffici amministrativi delle Asl per le tessere sanitarie, agli uffici anagrafe, agli eventuali datori di lavoro?

Questi sono solo alcuni esempi di un sistema disorganizzato e inutilmente dispendioso.

Sostieni il Naga, adesso.

Il tuo sostegno, la nostra indipendenza.