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Forza e fragilità.


La testimonianza di una volontaria del Naga.

M. ha 20 anni circa, non ha mai avuto documenti, non conosce la propria data di nascita. È somalo, non parla italiano, ne capisce qualcosa perché è stato circa due anni in Sud Italia, dopo esserci arrivato dal mare.
Parla uno stentato inglese imparato, a orecchio, nei campi della Libia.
Non ha famiglia, distrutta forse in qualche vicenda di guerra; è stato un bambino di strada a Mogadiscio dall’età di circa 7 anni; ha vissuto dormendo per strada, sfuggendo alla Polizia e poi facendo lavoretti. È praticamente analfabeta: riesce a leggere qualche parola di somalo perché un amico glielo ha insegnato, non sa scrivere.

Dice di aver guadagnato negli anni un po’ di soldi per pagarsi il viaggio; non si riesce a capire in quali strutture sia stato in Italia, ma sarà stato solo in Italia?
Ci vede pochissimo: porta degli eleganti occhiali dati da chi non sa spiegarlo, ma che secondo lui non lo aiutano molto.

È arrivato due giorni fa a Milano alla Stazione, è andato al Centro aiuto e lì gli hanno procurato un posto letto in un centro e una lista di posti dove andare a mangiare e l’indirizzo del Naga.

È un bel ragazzo, vestito bene, quasi elegante. È in buone condizioni di salute, ma sicuramente ci vede molto male. Alla domanda perché sei venuto qui in Italia e poi al Naga risponde che ha problemi di vista e che ha bisogno di aiuto…in generale. Ma forse c’è altro, e ho il sospetto che, in Italia, forse sia stato preso in qualche strano giro.

Il suo inglese è pessimo e balbetta anche un po’, non so se tutto quello che ha raccontato sia vero ma che abbia bisogno di accoglienza è indubbio.

Mi ha colpito la sua determinatezza, nonostante la richiesta generica di aiuto, quella che probabilmente gli è venuta dalla vita di strada e che gli ha permesso, comunque, di arrivare in Europa, senza aiuti di nessuno, analfabeta, mezzo cieco e senza un documento.

Tutto sommato non ci è sembrato così disperato, mentre a noi tutto quello che raccontava ci sembrava abbastanza disperante.

La sua fragilità oggettiva era racchiusa in un involucro di forza e volontà: un insieme che è l’essenza stessa della migrazione.

Domani andrà al nostro Centro Naga Har e abbiamo prenotato una visita medica per la sua vista.
Sono certa che lo rivedrò. #siamounportosicuro

Foto Irene Carmassi

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