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Persone e posizioni


#noiincontriamopesone
 e prendiamo posizione… La testimonianza di qualche anno fa, ma ancora così attuale di Fabrizio Signorelli, medico volontario e direttore sanitario del Naga.

Salgari

Quando ho iniziato a lavorare al Naga, circa 20 anni fa, non avevo idea di quello che ciò significasse.

Solo dopo qualche anno ho scoperto di essere stato affetto dalla Sindrome di Salgari che è stata definita come il desiderio degli operatori sanitari alle prime armi con gli stranieri, di scoprire patologie esotiche, incontrare strane malattie e fare brillanti diagnosi nella popolazione immigrata.

Affetto dalla sindrome ho visitato 10, 15, pazienti ogni lunedì pomeriggio. Qualcuno l’ho anche operato. Ho ascoltato tanti stranieri irregolari che raccontavano le loro malattie alla caccia della malattia rara. Ma più passava il tempo e meno questa si trovava e poco a poco calava la voglia di andare tutti i lunedì al Naga. Desideravo incontrare la patologia rara e il non trovarla mai mi creava noia, a volte ostilità, verso i pazienti che più o meno avevano sempre gli stessi problemi. Passava il tempo e cresceva la consapevolezza di non capirci niente. Non capivo perché gli stranieri venissero a farsi visitare per il raffreddore, per la forfora , per i calli. Erano persone giovani, avevano bisogno di lavorare, non di riempire il pomeriggio dal medico, ma passavano ore in attesa, per ben poca cosa.

Leggere della sindrome di Salgari è stata una specie di rivelazione, il primo passo per affrontare la questione salute – immigrazione da un diverso punto di vista.

Migranti sani

Ho scoperto che le patologie esotiche non esistono, o quasi, tra gli immigrati che arrivano nel nostro Paese: sono una popolazione sostanzialmente sana. Perché dovrebbero essere affette da gravi malattie persone giovani, trai 15 ed i 45 anni, che hanno il coraggio e la forza di affrontare il viaggio lungo e difficile? Più lungo è il viaggio, e più forte, fisicamente e psicologicamente, dovrà esserlo chi lo affronta. E allora niente Salgari: chi è malato non parte, e se parte si ferma, per sempre, nel deserto o nel cassone di un tir.

Chi riesce ad arrivare ha da offrire all’occidente le sue braccia, la capacità di lavorare, in nero naturalmente. Diventerà un lavoratore in regola se subirà un grave incidente o morirà sul lavoro, per evitare noie. Chi trova un lavoro cerca di dare il massimo, spendendo poi il meno possibile per vivere, perché quello che si risparmia si invia a casa. Quindi si troverà a vivere in una baracca poco riscaldata, magari dividendo un appartamento ed un bagno in 15, mangiando alle mense gratuite. Come è facile intuire, le malattie non saranno determinate dall’essere originario di un paese lontano, non avranno nulla di esotico. Sono le patologie del degrado sociale, abitativo e lavorativo che gli immigrati sperimentano in Italia. Una malattia, reale o presunta, compromette il patrimonio di salute che l’immigrato ha da spendere nel mondo del lavoro e rischia di vanificare un progetto.

Allora si arriva al Naga anche per un raffreddore, il callo, l’unghia incarnita, quanto di meno esotico ed interessante possa esistere per un medico. Ma io sono guarito, ho sconfitto la sindrome, e mi sforzo di ascoltarlo ripetendomi che sono, siamo, l’ unica possibilità di cura per quella persona.

Se per curare gli immigrati servono caratteristiche particolari credo esse siano nell’ atteggiamento mentale disposto a riconoscere e superare i pregiudizi di cui tutti siamo vittime inconsapevoli.

La sindrome S.P.

Vorrei, in conclusione, introdurre una nuova sindrome che chiamerò S.P. (Senza Politica), che affligge gli operatori sanitari i quali pensano di lavorare con gli stranieri in modo neutro, senza considerarsi politicamente schierati. Credo sia impossibile oltre che inutile, perlomeno in questo momento storico, in Italia, in particolare in Lombardia.

L’ immigrazione è ritenuta, da un punto di vista scientifico, fenomeno strutturale delle società avanzate. Lavorare con gli immigrati è, di fatto, prendere una posizione politica, significa renderli esistenti, concedergli una presenza ed una visibilità che alcuni vorrebbero negate.

Foto: M. Di Nonno

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