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GALERA

Ieri, nel giorno in cui, prima del Covid-19, avremmo dovuto avere i nostri consueti incontri con i detenuti, ad alcuni di noi volontari del Naga a San Vittore è venuto spontaneo trovarci comunque davanti al portone attualmente impenetrabile di Piazza Filangeri.

E’ quasi impossibile spiegare a chi non frequenta questa prigione il legame complesso, anche emotivo, che si instaura con questo luogo del tutto speciale nel cuore di Milano e con le persone che vi sono recluse. Il divieto di ingresso ai volontari, unito alla attuale restrizione dei loro contatti affettivi, ha privato pesantemente i detenuti del supporto importante che siamo in grado di offrire, tanto più agli stranieri sperduti in una condizione di ancora più estrema esclusione. A nostra volta, anche noi volontari patiamo l’improvvisa, per quanto giustificata, cessazione della nostra possibilità di offrire sostegno e ascolto in una situazione resa ancor più difficile dall’epidemia e dagli stati d’animo che scatena. Sappiamo infatti quanto qualsiasi notizia o evento producano in un ambiente sensibile e vulnerabile come il carcere una risonanza enormemente amplificata rispetto al mondo esterno che già vediamo in preda a sconsiderate forme di panico. Non portare le tante risposte agli infiniti quesiti che ci vengono posti, non trasmettere messaggi attesi con ansia, non consegnare documenti o generi di prima necessità urgenti, non raccogliere i frammenti di esperienze che diventano storie mentre ci vengono raccontate contribuisce ad accrescere l’afflittività della pena per una popolazione già esposta ai rischi di condizioni detentive di massima criticità.

Già, perché oltre al senso di impotenza, ciò che abbiamo condiviso trovandoci fuori San Vittore il giorno dopo la rivolta che ha sconvolto tragicamente (al momento si contano 14 morti) anche tante altre carceri italiane è la consapevolezza che quanto sta accadendo era nell’aria da tempo e solo aspettava un’occasione per manifestarsi. Se l’emergenza sanitaria di questi giorni porta il marchio della spietata politica di tagli che da almeno vent’anni tutti i governi di tutti i colori hanno praticato ai danni del primario diritto alla salute, la rabbia esplosa nelle case di reclusione è solo da ultimo un esito delle paure e delle restrizioni prodotte dal Corona virus. In realtà tutti – detenuti, personale carcerario, operatori – stanno di nuovo da tempo confrontandosi con il ritorno alle “condizioni disumane e degradanti” che hanno già portato all’Italia la condanna della CEDU nel 2013: l’endemico tasso di sovraffollamento, il deterioramento delle condizioni igienico-sanitarie, l’erosione di molti diritti, l’altissimo numero di reclusi afflitti da tossicodipendenze e dalle più svariate forme di disagio psichico, la presenza massiccia di soggetti (molti di questi stranieri) che non dovrebbero stare in strutture detentive ma in istituzioni (inesistenti) per la gestione della marginalità sociale.

Sono tante le iniziative che in questi giorni da più parti chiedono (e forse in parte otterranno) dal Governo misure urgenti e straordinarie per allentare la tensione nelle carceri – dall’aumento della durata delle telefonate, a diverse forme di attenuazione e ristrutturazione delle pene. Il Naga sottoscrive naturalmente tutte queste richieste immediate considerandole tuttavia un palliativo in assenza di un ripensamento radicale del senso e delle finalità dell’attuale sistema carcere, ormai con ogni evidenza fallimentare. Tutti ci stanno dicendo che l’epidemia può essere non solo una calamità ma anche un’opportunità. Chissà se questa opportunità verrà colta da qualcuno nell’attuale classe politica per provare, almeno, a immaginare di mettere in discussione la fatale ineluttabilità della galera? Vorrebbe dire incamminarsi verso una diversa forma di civiltà: che forse è quanto questa emergenza globale ci sta chiedendo.

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