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Notizie dal Carcere di San Vittore.

La nostra testimonianza.


Molto si è temuto per l’effetto che il Covid-19 poteva produrre nelle carceri milanesi. Il virus in effetti è arrivato nei tre istituti penitenziari di Bollate, Opera e San Vittore, ma poteva andare molto peggio, soprattutto nella fatiscente, sovraffollata, caotica struttura di Piazza Filangeri, resa ancora più precaria dopo le devastazioni seguite alla rivolta dello scorso 8 marzo. Qui c’è stato, sì, un certo alleggerimento delle presenze (ca. 250 unità), ma non tanto, come si auspicava, per l’applicazione delle norme presenti nell’articolo 124 del Decreto salva Italia, che raccomanderebbero ampio ricorso alla detenzione domiciliare, quanto per trasferimenti e misure di revoca della custodia cautelare in carcere ottenute grazie all’impegno di molti magistrati di sorveglianza, dei garanti, dei direttori penitenziari. Il sovraffollamento resta e resterà comunque anche, post Covid, il problema strutturale di fondo del sistema carcere.


Ma se la situazione sanitaria, a dispetto di ciò, è rimasta sotto controllo lo si deve molto a una circostanza di cui pochissimo si è trovato notizia nel marasma mediatico che ci assilla da settimane e seriamente minaccia la nostra lucidità mentale. La direzione sanitaria di San Vittore, infatti, per gestire la gravità della situazione ha chiesto e ottenuto il supporto di Medici senza frontiere, e così in breve tempo si è riusciti a trasformare il locale Centro clinico, un reparto in tempi normali ad alta problematicità, in una unità Covid in grado di gestire farmacologicamente i casi di media gravità di tutte le carceri regionali e di diagnosticare chi dovesse necessitare di terapia intensiva presso l’Ospedale San Paolo. Sempre grazie a questa collaborazione si è potuto inoltre organizzare in parallelo un lavoro capillare di informazione e prevenzione per detenuti e personale penitenziario che sono stati dotati dei presidi necessari. Ne avevamo avuto notizia informale dal cappellano e da un volontario del NAGA che il 6 di aprile è stato a sua volta chiamato a soccorso dalla Direzione di San Vittore come mediatore culturale per consentire anche ai detenuti arabofoni (numerosissimi e molto spesso non in grado di capire l’italiano) di apprendere le regole fondamentali di comportamento e le misure da rispettare per fronteggiare l’epidemia. Il Naga rafforzerà la sua collaborazione anche nelle prossime settimane con un altro volontario che, in stretta collaborazione con la Direzione Sanitaria e con MSF, parteciperà all’attività di sensibilizzazione dei detenuti stranieri per il contenimento del contagio secondo un protocollo preciso e sacrosanto, ma quanto mai duro per chi già vive ristretto. Qualche giorno fa nella riunione online della Sottocommissione carceri del Comune di Milano cui come Naga abbiamo potuto assistere abbiamo avuto conferma ‘ufficiale’ di questa strategia che sta mostrando la sua efficacia.

Questa vicenda ci è parsa di grande significato e riteniamo importante renderla nota e condividerla in un momento di così forte scoramento. Quel che è successo, infatti, è che nella situazione di emergenza un’istituzione come il carcere ha lavorato in sinergia con il personale di diverse ONG (qualcosa di analogo è successo infatti anche a Bollate con Emergency), dissipando così nella concretezza dei fatti e di un agire comune la cappa di infame discredito che le politiche degli ultimi anni hanno gettato sull’operato delle associazioni non governative. Qui non si trattava di soccorrere migranti in mare, ma peggio ancora: di dare assistenza – in quella grande nave alla deriva che è la galera nel centro della nostra città – agli scarti sociali che ospita, molti dei quali, fra l’altro, migranti lo sono stati. Forse non è un caso che la notizia non abbia trovato spazio nei media, troppo impegolati ormai nella retorica tricolore cui questa vicenda avrebbe potuto creare magari un certo disturbo, come così spesso accade nel toccare il tema carcere.

Ed è per questo che noi sentiamo l’urgenza di farla circolare: perché in questo segnale che viene da dietro le sbarre si riconosca e si dia il benvenuto all’avvio di buone pratiche che ci auguriamo possano prodursi dall’immane disastro che stiamo vivendo.

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