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Il volontariato contro la pandemia.

Fabrizio Signorelli, medico volontario e Direttore Sanitario del Naga ci racconta come ha risposto l’ambulatorio medico del Naga alla pandemia.

Come avete reagito, come Naga, all’inizio della pandemia?

Il Naga ha reagito mantenendo attivo l’ambulatorio medico anche nel momento in cui le cose iniziavano a diventare più complicate. Abbiamo quindi deciso di tenere l’ambulatorio sempre aperto anche se con orari e modalità diverse dal solito.

Le persone venivano? Che atmosfera si respirava durante i mesi di marzo e aprile che, immaginiamo, siano stati i più complessi?

C’è stato un discreto afflusso di pazienti che hanno continuato a rivolgersi a noi. Sicuramente tra i nostri pazienti, tutti cittadini stranieri senza documenti, c’era una preoccupazione forse ancora maggiore di quella che avevano i cittadini italiani. Alla preoccupazione del virus si sommava, infatti, il timore di non poter accedere ai servizi sanitari o le difficoltà nel farlo.  Questo soprattutto perché, in Lombardia, i cittadini stranieri senza documenti non hanno un medico di base a cui rivolgersi e quindi, temevano di non sapere come arrivare ai servizi di emergenza nel caso ce ne fosse stato bisogno. 

Possiamo quindi dire che, ancora una volta, i medici del Naga sono stati i medici di base dei cittadini stranieri a cui non è garantito questo servizio?

Assolutamente sì! Come al solito abbiamo garantito quel servizio di medicina di base fatto anche piccole cose come, per esempio, la prescrizione di farmaci abituali e la solita attenzione a patologie anche minori, ma con tutto l’elemento di rassicurazione e informazione che facciamo sempre che però in questo periodo è stato, e continua ad essere, ancora più prezioso.

Avete riscontrato delle mancanze da parte del Sistema Sanitario Nazionale nei confronti dei cittadini stranieri che si sono rivolti al Naga?

Non abbiamo visto particolari problematiche né discriminazioni, per quello che ho visto io, all’interno di un contesto, di una regione, però dove le difficoltà di accesso ci sono state per tutti e dove abbiamo pagato, e stiamo pagando, pesantemente le scellerate scelte di gestione della sanità degli ultimi 20 anni e non solo.

C’è un episodio che ricordi in modo particolare?

Ricordo sì alcuni ragazzi del Bangladesh che si sono rivolti al nostro ambulatorio senza una motivazione particolare, ma chiedendo di fare i controlli per paura di essere affetti dal Covid pur non avendo alcun sintomo. Il Naga ovviamente non dispone del tampone né può fare controlli specifici e quindi oltre ad una visita non abbiamo potuto fare altro, ma questo per dare un po’ l’idea di quella che era comprensibilmente una situazione di preoccupazione diffusa.

Com’è la situazione attuale?

E’ una situazione di stabilizzazione, i pazienti stanno aumentando e tornando a livelli abituali, in tempi normali in un anno effettuiamo circa 10.000 visite. E anche dal punto di vista delle patologie non si riscontrano problematiche particolari. 

Che un un’associazione di volontariato puro in cui tutti i servizi sono gestiti da volontari non retribuiti abbia tenuto sempre aperto l’ambulatorio e anche gli altri servizi, seppur in modalità diverse, è stato un risultato straordinario. Rispondere con la forza del volontariato ad uno scenario così complicato è stata una grande reazione di presenza e di militanza. Come l’hai vissuta personalmente?

Io l’ho vissuta in modo molto naturale, ma con un obiettivo molto chiaro. Ovvero quando nei giorni iniziali della pandemia alcuni servizi stavano chiudendo o limitando gli accessi, da parte mia e degli altri medici del Naga abbiamo deciso in modo naturale, ma forte e deciso, che era necessario tenere aperto l’ambulatorio. Abbiamo ritenuto che dare continuità al nostro lavoro, conoscendo le difficoltà particolari a cui vanno incontro i nostro pazienti, fosse un obiettivo irrinunciabile. Sentivamo  che la nostra presenza era più che mai necessaria.

Come ti immagini i prossimi mesi?

Immagino una progressiva normalizzazione delle nostre attività,  mi auguro che ai prossimi corsi di formazione ci saranno tanti nuovi medici che condividano le nostre modalità operative e sopratutto le nostre scelte politiche per continuare insieme questo cammino di tutela dei diritti e della salute di migranti. 

All’inizio della pandemia, i più ottimisti pensavano, speravano, che questa sarebbe potuta diventare un’occasione per riconsiderare la gestione della sanità pubblica. Il Naga si è sempre posto l’obiettivo di scomparire augurandosi che il pubblico avrebbe naturalmente assorbito al suo interno anche la gestione della salute dei cittadini stranieri irregolari. Ti sembra, che siamo su quella strada oppure che, salvo la retorica sull’eroismo dei medici, in realtà non si sia appresa la lezione sulla crucialità del servizio pubblico neanche questa volta?

Credo che non cambierà francamente nulla. La mia esperienza al Naga e come medico del Servizio Sanitario Nazionale mi portano a pensare che cercheremo di dimenticarci tutto nel più breve tempo possibile così che le cose vadano avanti come niente fosse successo. Non credo e non vedo una volontà politica forte e chiara di segnare una discontinuità.


Quindi non vedremo a breve una scomparsa del Naga? 

Non credo che vedremo a breve l’estinzione del Naga, non credo che le istituzioni pubbliche, in particolare lombarde, abbiamo intenzione di prendersi carico della salute dei migranti a breve termine. Quindi sì, noi ci siamo e ci saremo fino a quando ce ne sarà bisogno.

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