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Intrinsecamente irrazionale

Ieri, la Corte Costituzionale ha stabilito quanto era già evidente fin dal momento della pubblicazione del primo decreto Salvini ed era stato denunciato da moltissimi soggetti della società società civile, stabilito da numerosi tribunali ordinari e recepito autonomamente da pochissimi sindaci, gli amministratori pubblici che avevano l’autorità per applicare, o meglio non applicare, una norma che era chiaramente incostituzionale.


Negare ai richiedenti asilo l’iscrizione anagrafica costituiva un ostacolo, ingiustificato e palesemente discriminatorio, che rendeva molto arduo l’accesso a parecchi dei diritti soggettivi garantiti dalla Carta. Non stupisce, quindi, il testo del comunicato stampa con cui viene annunciata la sentenza: la disposizione di legge censurata è “intrinsecamente irrazionale” e costituisce un “irragionevole disparità di trattamento ingiustificatamente più difficile ai richiedenti asilo l’accesso ai servizi che siano ad essi garantiti”. Questi servizi, lo ricordiamo, sono quelli che garantiscono diritti fondamentali quali la salute, la casa, l’istruzione, il lavoro e altri ancora.

Pensando alle vite delle persone che, grazie a questa sentenza riacquistano la piena cittadinanza definita dall’articolo 3 della Costituzione, accogliamo con soddisfazione la notizia. Assaporandola, però, rimane un retrogusto amaro perché è difficile scordarsi che ci sono voluti un anno e nove mesi prima che la magistratura intervenisse laddove la politica non aveva avuto il coraggio di mettersi in gioco, preferendo schernirsi dietro all’appello ad un rispetto della legalità puramente formale che ignorava, di fatto, la sostanza del dettato costituzionale

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