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Moria

A Lesbo, nei giorni in cui la polizia usa i lacrimogeni contro famiglie abbandonate a sé stesse dopo la distruzione dell’allucinante campo in cui erano costrette a vivere da mesi, se non anni, muore, una volta di più, l’Europa dei diritti umani universali. 

Il campo che, prima di venire distrutto dall’ennesimo e definitivo incendio, per anni è stato il luogo dove le scelte degli Stati europei costringevano al degrado e alla disperazione decine di migliaia di profughi si trova nel territorio di una località dal nome evocativo dell’indifferenza dell’Europa di questi anni. Sia nella sua realtà di entità politica che, fatte salve le rare eccezioni, nella capacità di mobilitarsi della sua società civile. 

Quello che è successo a Moria e che succede a chi è in un campo come quello andato a fuoco, a un cittadino italiano con la pelle scura, o su un gommone in mezzo al Mediterraneo è il risultato di scelte e responsabilità politiche ben precise. E tutte e tutti noi possiamo e dobbiamo fare qualcosa. Ma come dice Marie Moïse in questa intervista al Naga: “Ognuno sapendo che c’è un ruolo che possiamo assumere nella lotta di liberazione di chi ci sta accanto, e magari non ce ne accorgiamo. Ognuno però ha da fare un pezzettino anche per liberare se stesso, perché non c’è nessuno che può dirsi a posto e a cui rimanga solo da salvare gli altri. […] Non saremo liberi finché non saremo liberi tutti e tutte! Da qui, io credo, dobbiamo partire.”

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