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Mattanza santa: non ci stupiamo.

Da quando il primo luglio si è diffusa la notizia della spaventosa “mattanza” nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere, ogni giorno i media ci mettono a conoscenza di una lunga catena di altre prigioni italiane (Ascoli Piceno, Modena, Rieti, Bologna, Melfi ecc.) dove, dalla primavera del 2020, si sono svolti episodi di violenza massiccia e indiscriminata nei confronti dei detenuti in rivolta contro le pesanti restrizioni che a causa della pandemia stavano abbattendosi sulle loro già ristrette condizioni di vita.

Ora l’opinione pubblica è scossa dalla sorpresa e dall’indignazione nel prendere atto di questi abusi inauditi e incivili commessi da un ingente numero di agenti penitenziari ma anche da figure istituzionali di ogni ordine e grado.E così finalmente le massime autorità dello Stato si chiamano a raccolta, indicono tardive inchieste e ispezioni straordinarie. Ma noi, che abbiamo cercato di non distogliere l’occhio e la mente dal carcere in tutti questi mesi di isolamento, siamo stupiti solo che questi fatti vengano resi noti a oltre un anno di distanza e che si sia potuto (voluto) credere che, mentre la vita dell’intero pianeta era sconvolta, nella ressa deflagrante delle nostre sovraffollate prigioni regnasse un’asettica calma.

Eppure avevamo letto tutti l’8 marzo 2020 delle proteste scoppiate nelle patrie galere, Milano compresa, con un numero di morti (13 il dato ufficiale) di cui in modo confuso e approssimativo si ipotizzarono circostanze e cause, che restano ancora tutte da chiarire.

Il fatto è che il Covid, tra le altre sue nefaste conseguenze, ha prodotto anche una stupefacente amnesia o rimozione collettiva e il lockdown è calato anche su quello che è stato uno dei capitoli più tragici e oscuri delle cronache penitenziarie dei nostri giorni. E’ potuto calare anche perché le misure sanitarie per il contenimento dell’epidemia si sono saldate a quelle per la prevenzione di nuovi disordini e questo sorta di doppio cordone cautelativo ha comportato il regresso (attualmente non si è ancora tornati del tutto alla normalità) a un regime detentivo anteriore alle (caute) riforme introdotte dal 2013. Fine del regime delle celle aperte, cancellazione delle attività trattamentali e dei momenti di socialità, divieto di ingresso in carcere di tutte quelle figure esterne (parenti, avvocati, insegnanti, volontari) che sono un veicolo fondamentale di relazione e informazione tra il mondo esterno e la galera. In generale, l’intero capitolo dei diritti dei detenuti – oggetto di negoziazione permanente – è stato sepolto sotto le dure leggi dell’emergenza.

Il carcere è tornato a essere puro sistema di detenzione, chiuso e coercitivo, in cui la cui gestione dell’ordine è totalmente affidata al corpo della polizia penitenziaria, che si sente legittimata, come si è visto e sentito, nell’uso ed abuso del proprio potere. E’ ben noto, del resto, a chi si occupa di sistemi di custodia che l’aumento della sorveglianza e della coercizione produce necessariamente un aumento di tensione interna fra chi quella sorveglianza e quella coercizione le esercita e chi le subisce, in una spirale di violenza in cui si inquadrano perfettamente le vicende della nostra cronaca attuale.

Sulle macerie di una già timida e traballante riforma dell’Ordinamento penitenziario, sarà enorme il lavoro di ricostruzione di cui si dovrà fare carico lo Stato e in primis il Ministero della Giustizia per riportare il rispetto della dignità al centro della vita in carcere. Dignità dei detenuti ma anche quella del personale di polizia che ha mostrato, a parole e a fatti, davanti a telecamere che non sempre si sono potute oscurare, fino a che punto la si può calpestare nell’esercizio delle proprie funzioni.

Nel sito per la formazione degli agenti penitenziari si legge tra l’altro: “… E’ fondamentale che tu possieda…un profondo rispetto per la sicurezza pubblica, fondato sui principi della legalità e sul rispetto dei diritti umani e della dignità della persona”.

Ci sarà tanto da fare. La nostra civiltà si misura anche da questo.

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