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Via Cagni, davanti agli uffici della Questura di Milano, lunedì 30 gennaio 2023, le 7 del mattino.

Una piccola folla si stringe intorno al nostro piccolo gruppo di volontari: chi ci cerca perché è già venuto al Naga Har e (anche) oggi non è riuscito a entrare a chiedere asilo, chi di noi non ha mai sentito parlare ma capisce che stiamo aiutando altri ragazzi e vuole sapere che cosa si può fare.
Già due volte la polizia ci ha chiesto cortesemente di allontanarci perché la nostra presenza “genera un capannello”, come se il problema fossimo noi, e non l’aver lasciato fuori anche stavolta per un’altra settimana persone che nell’accesso alla procedura per la protezione internazionale vedono l’unica speranza. Meglio andarsene. Abbiamo già spiegato tutto quello che c’era da spiegare, star qui non serve più.

Non ci sono stati episodi di tensione, stamattina, in via Cagni; non però perché siano state ricevute tutte le persone che avevano il diritto – mai smettere di ribadirlo – a formulare la propria domanda di asilo, ma perché la selezione delle prime 120 persone destinate ad essere ricevute era già stata fatta verso mezzanotte, chi era in soprannumero è stato allontanato e così chi a mano a mano arrivava nella notte. Stamattina non hanno neanche avuto bisogno di ripeterlo, ad informare chi arrivava della novità ci pensavano i molti rimasti fuori, dall’altra parte della strada. Sono lì, separati dalle molteplici file di transenne, ad aspettare un miracolo, perché si sa, la speranza è l’ultima a morire, e chi non ha alternative magari preferisce passare la notte lì fuori a vedere che succede.

Fanno eccezione, in teoria, le famiglie con bambini, eppure ne incontriamo alcune respinte perché “non c’erano più posti”; una signora dice di essere venuta qui all’1:30, ma non si capisce bene che cosa sia successo, forse non hanno capito che dovevano comunque mettersi in fila, o forse, ricevute generiche rassicurazioni sulla precedenza accordata ai bambini, hanno ingenuamente pensato di poter portare i piccoli in un posto caldo per poche ore, ma quando sono tornati era troppo tardi. Non c’è posto, non si entra, tornate domenica prossima. Niente notte al freddo, niente accesso.

Una signora ci dice di aver accompagnato una conoscente con il suo bambino; sono venute a piedi da lontano nella notte, per la strada hanno incontrato un ragazzo che parlava una lingua a loro sconosciuta, ma sono riuscite a capire che andavano nello stesso posto e hanno fatto la strada insieme. Arrivate in via Cagni, la sua conoscente è stata inserita nella coda, il ragazzo no, ed è scoppiato a piangere, così lei non ha avuto cuore di lasciarlo lì da solo, e si è fermata a patire il freddo con lui: ce lo indica, è giovanissimo, poco più che un bambino, e la signora è felice che qualcuno si prenda cura anche di lui. Lei è in Italia da molti anni e non ha più problemi, così cerca di aiutare come può; chiede se può diventare volontaria al Naga e noi le diamo tutte le indicazioni del caso: benvenuta!Questo ciò che davvero succede in via Cagni: altro che “furbetti” e “facinorosi”, quella che incontriamo è un’umanità umiliata e ferita, ma dotata di un’incredibile forza e una sovrumana pazienza.Mentre ci allontaniamo, strofiniamo le mani e battiamo i piedi nel tentativo di recuperare la sensibilità perduta per il freddo; ma noi non siamo stat* lì neanche 3 ore. Il pensiero non può non andare a quei bambini che hanno trascorso lì la notte; a quel bambino che dormiva nel passeggino con addosso tutte le coperte che i suoi genitori sono riusciti a trovare; a chi è rimasto per ore e ore fermo in piedi al gelo senza potersi spostare per non perdere la posizione faticosamente conquistata.

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