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Un impegno collettivo

Intervista a Emilia Bitossi, volontaria e Presidente del Naga

Come sei arrivata al Naga e che cosa fai al Naga?

Sono arrivata al Naga nel 2010 con una mia amica.

Nessuna delle due sapeva o si era mai occupata di problematiche relative all’immigrazione e la curiosità ci ha spinte a partecipare al corso di formazione. Ci siamo poi decise a entrare al Centro Naga Har per richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura, che ci sembrava la realtà più interessante per avere un rapporto più diretto con le persone ospiti.

Io mi sono subito inserita nella scuola di italiano. L’avevo già fatta in una comunità di donne maltrattate, dove avevo svolto un tirocinio e poi ero rimasta come volontaria.

L’esperienza al Centro Naga Har mi è piaciuta, mi ha stimolato molto e così sono andata avanti per quasi sei anni nella scuola. Un gruppo piccolo di insegnanti, con approcci molto diversi fra noi, e molti tentativi di fare scuola in modo creativo e ludico. Problemi ce n’erano, ma la curiosità e l’interesse prevalevano su tutto il resto e quindi è stata una bella avventura.

Nel 2015, ormai entrata nel vivo dei temi trattati dal Centro Naga Har, insieme ad altre volontarie e volontari abbiamo deciso di creare un gruppo di lavoro — l’Osservatorio — di monitoraggio dell’accoglienza delle persone migranti a Milano e provincia.

Sentivamo racconti strani, di persone richiedenti asilo accolte in alberghi, ostelli, persino trattorie e ristoranti, e così abbiamo deciso di indagare meglio come funzionasse il sistema.

Eravamo nel pieno della cosiddetta “Emergenza Nord Africa”, con persone migranti che scappavano dalla Libia in fiamme e non solo. L’Italia, come sempre impreparata, aveva creato i Centri di Accoglienza Straordinari (CAS).

L’esperienza con questo gruppo è stata entusiasmante per me, e quindi ho lasciato la scuola e ho deciso di affiancare il mio lavoro nell’Osservatorio con l’attività di sportello al Centro Naga Har, per conoscere meglio l’iter che tutte e tutti coloro che arrivavano in Italia dovevano affrontare per regolarizzarsi.

Più o meno in quel periodo sono venuta a conoscenza di un piccolo gruppo di volontarie e un solo volontario maschio che stava cercando di occuparsi degli interventi nelle scuole, un’attività fondamentale ma poco esplorata dal Naga.

Gli incontri con le e gli studenti delle medie e delle superiori erano molto divertenti, ma anche impegnativi. Il gruppo, molto piccolo, è diventato sempre più ridotto a seguito di una serie di defezioni e, dopo vari appelli per attrarre nuove volontarie, siamo riuscite quest’anno a formare un gruppo più ampio con la presenza di giovani piene di energia.

Questo direi è quello che tuttora faccio in Associazione.

Tante problematiche, tante contraddizioni, ma un grande arricchimento personale.

Proprio quest’ultimo aspetto, nettamente positivo, mi ha spinto quest’anno a decidere di entrare nel consiglio direttivo.

Ho sentito l’esigenza di restituire qualcosa a un’associazione da cui avevo preso tanto e, chissà, anche con la speranza di capire meglio, nel suo insieme, il lavoro dei vari servizi che ne fanno parte.

Un’impresa che si sta rivelando impegnativa, ma svolta con un gruppo — il direttivo — molto eterogeneo in fatto di età, impegnato ma anche divertente.

Le colleghe giovani mi danno grande energia e forza, e sono loro molto grata.

Il fatto di essere stata eletta presidente è un corollario a tutto questo. L’impegno è prima di tutto collettivo e tale rimane.

Nel 2027 il Naga compie 40 anni. Come lo immagini a 50 anni?

I 40 anni del Naga si avvicinano. Come immagino il Naga a 50 anni, cioè nel 2037?

L’estinzione dell’Associazione, che il nostro fondatore Italo Siena nella sua utopia pensava forse possibile, la vedo sempre più lontana.

Il principio di sussidiarietà, la delega al terzo settore da parte dello Stato, è sempre più forte.

Penso che la nostra lotta si sta facendo e si farà sempre più dura!

Anni di lotte e denunce ci aspettano.

Non vedo, in prospettiva, se non un peggioramento della situazione.

Ma la mia età forse non mi permette di vedere troppo ottimisticamente il futuro…


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