Intervista a Silvia Rossi, volontaria della scuola di italiano del Centro Naga Har.
In cosa consiste il corso di italiano offerto dal Centro Naga Har?
Il corso di italiano del Centro Naga Har si svolge tre giorni a settimana, il martedì, il mercoledì e il giovedì, dalle 15 alle 17. È rivolto esclusivamente a persone provenienti dal mondo dell’asilo, quindi a richiedenti asilo e persone rifugiate. A Milano l’offerta di scuole di italiano è molto ampia; per questo motivo il Centro ha scelto di concentrarsi su questo target specifico.
Le lezioni non sono frontali in senso tradizionale, ma si basano sull’interazione, sul dialogo e sull’uso pratico della lingua. L’obiettivo non è insegnare una grammatica complessa, bensì fornire strumenti linguistici utili per la vita quotidiana. Il corso è, soprattutto, un luogo di relazione e di incontro.
Quali obiettivi vi ponete con le vostre classi e come organizzate le lezioni?
Le parole chiave della scuola sono gradualità e flessibilità. Gli studenti e le studentesse sono molto motivati e motivate, ma le loro vite sono spesso instabili: possono trovare lavoro, trasferirsi o cambiare città. Per questo motivo la scuola è sempre disponibile ad accogliere nuovi studenti e nuove studentesse anche a corso già avviato.
L’obiettivo principale è permettere agli studenti e alle studentesse di acquisire una competenza linguistica utile per la vita quotidiana. Capire che “ieri” indica il passato, “oggi” il presente e “domani” il futuro è spesso molto più importante che conoscere il gerundio o forme grammaticali complesse. Allo stesso modo, si lavora sulle sfumature del linguaggio, spiegando ad esempio che il verbo sentire non significa solo ascoltare con le orecchie, ma anche sentire freddo, caldo, dolore o emozioni.
Le lezioni sono costruite per favorire soprattutto la partecipazione attiva degli studenti e delle studentesse, che vengono incoraggiati e incoraggiate a parlare, sbagliare e correggersi.
Molti volontari e molte volontarie, me compresa, non sono insegnanti di professione. Questo comporta alcune difficoltà, soprattutto all’inizio: ci si sente meno sicuri e sicure, si fatica a trovare subito il metodo giusto e a gestire classi molto eterogenee. Tuttavia, la formazione interna e il confronto con gli altri volontari e le altre volontarie aiutano molto e, con il tempo, si impara a trovare uno stile personale adatto a questo contesto così particolare.
In alcuni casi, quando gli studenti e le studentesse raggiungono un buon livello, vengono anche preparati e preparate per la certificazione linguistica A2, pur non essendo questo lo scopo principale della scuola.
Puoi tracciare una breve “fotografia” dei tuoi studenti e delle tue studentesse?
Gli studenti e le studentesse provengono tutti e tutte dal mondo dell’asilo. L’età è molto varia: ci sono giovani e adulti, uomini e donne. Nel corso degli anni è cambiata anche la provenienza geografica: inizialmente si trattava soprattutto di persone provenienti dall’Africa subsahariana, prevalentemente uomini; solo in seguito è aumentata la presenza femminile, soprattutto con l’arrivo di molte persone dal Perù e dall’America Latina. Oggi sono numerose anche le persone provenienti da El Salvador e dallo Sri Lanka, oltre a una presenza africana costante.
Per loro, essere studenti e studentesse significa avere uno spazio protetto, un momento di normalità e di respiro, lontano dalle preoccupazioni legate ai documenti, al lavoro o alla precarietà abitativa. Durante le lezioni non pongono spesso domande di tipo amministrativo: vivono la scuola come un momento di sollievo.
Le loro domande sono soprattutto pratiche e legate alla comunicazione quotidiana: come esprimere bisogni, emozioni e sensazioni, come parlare con un medico, un datore di lavoro, un insegnante dei figli e delle figlie.
Hai un ricordo legato all’insegnamento nella scuola del Centro? E quali soddisfazioni ti dà questo ruolo?
Uno dei ricordi più significativi riguarda uno studente nigeriano che aveva una storia personale molto complessa e viveva in condizioni di forte precarietà, lavorando per un datore di lavoro che lo trattava male e dormendo in una roulotte. Con il tempo il rapporto si è rafforzato e, quando ha avuto la possibilità di trasferirsi ad Avellino per lavorare, l’ho aiutato a partire. Ancora oggi ci sentiamo. Un altro ricordo importante riguarda una studentessa vittima di tratta. La cooperativa che la seguiva ci ha chiesto di accoglierla nel corso. Con lei è stato fondamentale lavorare con grande flessibilità: a volte non veniva per settimane, a volte arrivava in ritardo, spesso era chiusa e silenziosa. È una sfida, ma anche una grande soddisfazione riuscire, dopo due ore di lezione, a vederla fare anche solo mezzo sorriso.
Le soddisfazioni di questo ruolo non sono legate ai programmi svolti, ma alle relazioni che si creano. Anche quando si arriva stanchi e stanche, si esce sempre dalle lezioni più leggeri e leggere e di umore migliore. La scuola diventa un’oasi, un luogo di incontro autentico, dove gli studenti e le studentesse si sentono accolti e accolte.
Le ultime interviste del Naga
-
Dissenso e immigrazione: l’ossessione del controllo
Intervista sul nuovo decreto “sicurezza” a Eugenio Losco, avvocato penalista,… Leggi
-
Clandestini per legge
Intervista a Emilia Ferrario, volontaria dello Sportello Immigrazione del Naga.… Leggi
-
Atto politico d’accoglienza
Intervista a Mario Barbesta, volontario del gruppo Accoglienza del Naga.… Leggi
-
Scuola come accoglienza
Intervista a Silvia Rossi, volontaria della scuola di italiano del… Leggi
-
Fare i conti
Intervista a Enrica Scherini, volontaria bilancio e accoglienza Come sei… Leggi




