Una testimonianza dal servizio carcere del Naga
All’inizio, trovandolo chiuso, si pensava a lavori di imbiancatura o a una ristrutturazione. Invece ormai è notizia certa e ferale: il bar della galera, lo storico bar tabacchi di Piazza Filangeri con vista panoramica sull’ingresso di San Vittore, ha chiuso i battenti. Ormai accerchiato dal recente asettico restiling della piazza e dalla vicina fermata della nuova linea della metro, speriamo almeno che, come l’adiacente officina, abbia venduto cara la pelle agli affamati immobiliaristi milanesi. Probabilmente lascerà il posto a un lussuoso condominio come quello sorto qualche anno fa dalla parte opposta della piazza con appartamenti quotati cifre inenarrabili nonostante la vicinanza del carcere. Ma, si sa, basta usare sapientemente un po’ di finestre cieche, molto rampicante e un magnifico giardino interno perché i suoi abitanti – come del resto quelli dell’intera città – possano tranquillamente ignorare lo scomodo circondario. Già, ma anche questo chissà se avrà ancora vita lunga? Da anni si pensa a una dislocazione di San Vittore in area meno centrale e meno appetibile, dove risulta un inquietante corpo estraneo all’eleganza delle strade della ‘nobile’ zona Magenta. Soprattutto si pensa a costruirlo ben più grande non tanto per ovviare allo scandalo del sovraffollamento nelle celle attuali quanto per fare spazio all’aumento continuo dei reati introdotti dai diversi decreti sicurezza, e a renderlo più moderno e adatto al nuovo che non avanza, soprattutto nel nostro sistema penitenziario.
Intanto però un mondo è rimasto orfano di quel bar in cui transitava un po’ tutta la composita umanità che ruota intorno a un istituto di pena, con i suoi molteplici e variopinti idiomi: le guardie e i dipendenti dell’Istituto, rigorosamente dal meridione d’Italia, i parenti delle persone detenute in attesa di colloquio da ogni angolo del mondo, la pletora di avvocati frenetici col cellulare in mano, i giornalisti appostati in attesa dell’ultimo scoop criminale di cui rifornire la cronaca nera. E noi, le volontarie e i volontari che per tanti anni, a quei tavolini, ci siamo dati appuntamento per affrontare la mattinata sorretti da un buon caffè e dalle quattro chiacchiere che sono d’aiuto per poi entrare da quel portone, per superare quei controlli e quei cancelli. Non avevamo mai mancato di comprare gli indispensabili pacchetti di sigarette da offrire in segno di amicizia durante il nostro giro a chi, là dentro, ha motivo di strafregarsene che il fumo uccida. E, finché non sono diventati merce introvabile, ci eravamo anche riforniti di francobolli che, come si sa, valgono moneta sonante dietro le sbarre e non solo per scrivere a casa ma anche, ma soprattutto per combinare baratti di ogni genere.
Poi, alla fine della mattinata, magari davanti a uno dei buoni risotti che la cucina del bar sapeva preparare, spesso si condividevano le storie che ogni volta avevamo ascoltato nei vari reparti e si provava a riflettere insieme se potevamo trovare risposte o soluzioni alle infinite richieste d’aiuto che avevamo ricevute. Troppo spesso sapevamo sappiamo e sapremo che soluzioni non ce ne sono e ce ne saranno sempre di meno, ma se siamo lì è per provarci, comunque. Ci mancherà il bar tabacchi che, assediato ormai da tempo dall’avanzare di una città che non ci piace, accoglieva e rispecchiava un po’, nel suo essere così vecchio e inadeguato, anche la nostra ostinata resilienza a trovarci lì, in quel luogo, sempre lo stesso giorno, nonostante tutto.
#investiamonelladifesa