
Una fuga alla ricerca della normalità: questo è quello che chi è costretto a lasciare la sua casa cerca. Ma questo è quello che spesso trova…

Paese mio, dove sei finito?
Una vita piena, professore universitario, psicologo specializzato nella cura dei traumi infantili, una grande famiglia, una moglie, fisioterapeuta, 5 figli, di cui il maggiore neo diciottenne, e un altro in arrivo. Palestinesi della striscia di Gaza. Risiedevano a Nuseirat, a 5 chilometri a nord est di Deir-al Balah, nel centro della Striscia, noto per il campo profughi sorto dopo l’espulsione dei palestinesi nel 1948. Il centro abitato ha circa 55 mila abitanti. Meglio dire aveva, purtroppo.
M., così lo chiameremo, con lo scoppio della guerra e dei bombardamenti continui su Gaza da parte dell’esercito israeliano, in seguito all’attentato del 7 ottobre di Hamas, si ritrova senza più lavoro. La cattedra universitaria e la fondazione per cui lavorava sono saltate per aria. La sua vita lavorativa è andata in frantumi. Dall’oggi al domani si è ritrovato a dover prendere una decisione molto grave: lasciare il suo paese, per poi farsi raggiungere dalla famiglia. Lasciare il proprio paese per un palestinese vuol dire non potervi più fare ritorno. Gli amici lo convincono e, con lo strazio nel cuore, segue i consigli e l’aiuto di un’associazione italiana operante nella Striscia, fino a quel momento attiva nel supportare i bambini rimasti soli, le principali vittime di questa terribile strage.
Un docente della facoltà di Psicologia di Milano lo invita come “Visiting Professor” e così riesce ad avere un visto per venire in Italia. Abituato a una buona vita, insieme alla sua grande famiglia, si ritrova solo, a Milano senza un soldo, ospite di casa in casa, senza più un lavoro, con l’angoscia di sapere la sua famiglia a Nuseirat, in una grande casa diventata rifugio di altre 3 famiglie di zii e cugini (alcuni dei suoi parenti, ci racconterà, sopravvissuti alle bombe), stipati tutti come sardine. Dove prima vivevano in 6, ora vivono in 30. Difficile reperire cibo per tutti. La moglie gravida non riesce a essere seguita come dovrebbe. I presidi sanitari, distrutti gli ospedali, sono pochi e insufficienti per tutti. Ogni giorno bombardamenti. M. vive nell’angoscia che possa succedere loro qualcosa e di non riuscire più a sentirli. La moglie, in questa situazione così difficile sia economicamente sia psicologicamente, non regge e perde il bambino. Pianti al telefono, disperazione, parole tenere e affettuose, in attesa di un tanto agognato ricongiungimento familiare.
Ma l’uscita da Gaza, così come dalla Cisgiordania, non è facile. Un viaggio di poche ore, è diventato un viaggio di quasi due giorni, dove la dignità delle persone è fatta a pezzi dalla protervia degli israeliani. “Non siamo più esseri umani, per loro siamo solo bestie, l’unica cosa che vogliono è distruggerci definitivamente, farci scomparire, e impadronirsi delle nostre terre”, afferma M. L’attesa è infinita, né Israele, né l’Italia riescono a velocizzarla.
M. è qui ormai da mesi, fatta la richiesta d’asilo ha ottenuto la Protezione Internazionale ed è riuscito, grazie anche al Naga Har, che con molti altri lo abbiamo supportato in questi lunghi mesi, a entrare in un progetto SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), dove divide un appartamento con 5 ragazzi dal Mali, Marocco, Pakistan e Bangladesh. Alcuni potrebbero essere suoi figli.
Le perplessità iniziali, nostre e della coordinatrice del SAI, sono presto fugate. M. riesce con alcuni di loro a creare una buona relazione, una relazione di scambio e di aiuto che giova ai ragazzi, ma in ultima analisi anche a lui. E intanto la sua famiglia è sempre lì che aspetta il giorno in cui le diranno che può partire…