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Il pensiero – Dove posiamo lo sguardo

Immagine: Malak Mattar (@malakmattart)‘My mother my earth my land’ (2020), acrilico su tela.

Nata a Gaza e cresciuta sotto assedio militare, Malak Mattar è una pittrice, illustratrice e attivista palestinese. Ha iniziato a dipingere da autodidatta durante l’offensiva del 2014, trasformando l’arte in uno strumento di lotta, verità e speranza. Espone in gallerie e musei in tutto il mondo ed è autrice del libro illustrato autobiografico Sitti’s Bird.
‘My mother my earth my land’ fa parte della serie Homeland.

Dove posiamo lo sguardo

“Ci accorgiamo solo di ciò verso cui decidiamo di volgere lo sguardo. Guardare non è mai un gesto neutro: è una scelta.”

La frase di John Berger, con cui Widad Tamimi – scrittrice, giornalista e ospite del Naga in questo numero – apre il suo ultimo libro “Dal fiume al mare”, ci accompagna come una soglia. Prima ancora delle parole, prima ancora delle analisi, c’è lo sguardo. C’è la decisione di posarlo da qualche parte, su qualcuno, su una storia che rischierebbe altrimenti di restare fuori campo.

Non è un gesto neutro. Guardare significa riconoscere che una vita esiste, che una voce ha diritto di essere ascoltata, che un volto non può essere ridotto a numero, categoria, provenienza, emergenza. Significa anche accettare di essere cambiati da ciò che vediamo. Perché alcune realtà, una volta guardate davvero, non ci permettono più di tornare indietro uguali.

Nell’intervista con Widad, questo movimento dello sguardo attraversa tutto: le radici, l’esilio, l’apolidia, la Palestina, Israele, le fratture interne ai popoli, la responsabilità del racconto. La sua biografia non è mai solo una vicenda privata. È un intreccio di storie familiari, geografie spezzate, appartenenze multiple: da una parte una famiglia ebraica in fuga nel 1938, dall’altra una famiglia palestinese costretta all’esilio, poi la Giordania, l’Italia, Milano.
In questa storia personale, così singolare e insieme così universale, c’è una chiave preziosa per leggere il presente: le identità non sono blocchi immobili. Sono attraversamenti, ferite, memorie, contraddizioni. Sono radici che tirano, ma anche strade che si aprono.
Per questo, parlare oggi di Palestina e Israele richiede un esercizio difficile e necessario: non semplificare. Non usare le parole come armi, ma come strumenti per avvicinarsi alla complessità. La complessità chiede tempo, ascolto, profondità. Chiede di riconoscere il dolore e insieme le differenze, le fratture, le voci molteplici che abitano ogni comunità.
Un popolo non è mai una voce sola. Una comunità non è mai una superficie compatta. Dentro ci sono paure, rabbie, speranze, silenzi, disaccordi. E forse proprio lì, in quella pluralità spesso nascosta o rimossa, si trova uno spazio possibile per immaginare giustizia, riparazione, pace.

Per chi, come il Naga, incontra ogni giorno persone migranti, richiedenti asilo, rifugiate, senza documenti, senza cittadinanza o senza pieno riconoscimento, le parole di Widad risuonano in modo particolare. L’apolidia non è solo uno status giuridico: è una condizione esistenziale, politica, relazionale. È la misura concreta di quanto i diritti possano dipendere da un documento, da un confine, da uno Stato che riconosce o esclude. Ma è anche una possibilità di interrogare la nostra ossessione per l’appartenenza e la proprietà: la terra come possesso, l’identità come bandiera da piantare, il confine come separazione assoluta.

Forse allora la prima cosa da fare in tutto questo rumore è proprio questo: posare lo sguardo. Vedere e, attraverso il racconto, mostrare alle persone che sono viste, creare le condizioni perché possano essere ascoltate. Non parlare al posto di, ma fare spazio. Non limitarsi ai dati, alle statistiche, alle categorie, ma tornare ai volti, ai nomi, alle biografie.
Perché le storie delle persone cambiano la prospettiva. Ci costringono a uscire dal linguaggio dell’emergenza permanente e a entrare in quello della relazione. Una persona non è “un caso”. Non è “un flusso”. Non è “un problema”. È una storia che viene da lontano, che porta con sé perdite e desideri, memorie e futuro.

Raccontare, allora, può essere una forma di cura. Non perché cancelli il dolore o risolva i conflitti, ma perché impedisce che le vite vengano schiacciate dall’indifferenza. Può essere una forma di resistenza, perché sottrae le persone all’invisibilità. Può essere una pratica politica, perché ci ricorda che ogni diritto negato comincia spesso da uno sguardo mancato: da qualcuno che non è stato visto, o che è stato visto solo attraverso una lente deformata.

In questo spazio editoriale e nel lavoro quotidiano del Naga, scegliamo di guardare. Scegliamo di stare dove le storie rischiano di non arrivare. Scegliamo di ascoltare la complessità senza paura, anche quando non offre risposte semplici.
Perché vedere davvero è già un atto di responsabilità. E raccontare le storie delle persone è uno dei modi più concreti che abbiamo per dire: ci sei, ti vediamo, la tua vita conta.

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