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Tutto Chiuso

Il commento del Naga al prezioso report di Antigone

Le date contano, eccome se contano: un mese separa la pubblicazione del XXII Rapporto dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione negli istituti di pena italiani (18 maggio) dall’approvazione del Regolamento rimpatri al Parlamento europeo (17 giugno). “Tutto chiuso” è il titolo con cui il report, basato su 102 visite di monitoraggio negli istituti penitenziari italiani, non riassume infatti solamente la scelta dell’Amministrazione penitenziaria di ripristinare forme più coercitive di detenzione: la custodia chiusa attualmente riguarda oltre il 60% della popolazione detenuta costretta, com’è ormai arcinoto, in celle spesso affollatissime e degradate. Al termine della lettura dell’ampia e complessa documentazione fornita da Antigone realizziamo che “Tutto chiuso” fotografa anche la perfetta sintonia che lega le scelte della nostra classe politica a quelle della ‘fortezza Europa’ in un comune programma di marginalizzazione ed espulsione dei soggetti più vulnerabili, prime fra tutte le persone straniere irregolari.

A questi Antigone dedica, come sempre, uno speciale rilievo tematico nella prima sezione del suo dossier. I dati e i grafici, raccolti ed esposti con esemplare rigore metodologico, illustrano un quadro che si è mantenuto piuttosto costante negli anni e che, una volta ancora, sfata i più tenaci luoghi comuni intorno alla relazione tra immigrazione e criminalità. Delle 64.436 persone attualmente detenute nelle nostre prigioni, il 31,5% (20.300 ca.) è costituito da cittadini non italiani, con picchi che in carceri come San Vittore raggiungono il 62.5%. È un tasso elevato ma esso rivela in realtà che, rispetto alla popolazione straniera complessiva presente sul territorio nazionale (5 milioni e 560 mila regolari e 339 mila circa irregolari secondo le rilevazioni più recenti), tale percentuale incide solo per lo 0,4%.

Visti con la lente analitica di Antigone questi numeri confermano anche per l’anno in corso ciò che i volontari e le volontarie del Naga nelle case di reclusione milanesi verificano da sempre nella loro esperienza: in alta misura sono l’assenza di legami stabili sul territorio e di risorse di sussistenza economica a impedire ai migranti di evitare l’ingresso nel circuito penale e, una volta condannati, di poter accedere a misure alternative o alla detenzione domiciliare. Là dove il processo di integrazione ha avuto esito positivo, le presenze in carcere sono invece massicciamente diminuite, come è il caso delle persone provenienti dalla Romania (-11%) e dall’Albania (-18%). Analogo discorso vale per il basso numero di presenze di persone migranti dall’Est asiatico profondamente radicate in Italia da generazioni e inseriti in consolidate attività lavorative. L’incremento costante del tasso di detenzione si riscontra al contrario tra le nazionalità provenienti da quelle aree nord-africane (in particolare Marocco e Tunisia) colpite da politiche migratorie decisamente punitive che hanno blindato, come sappiamo, la gestione dei flussi legati alla rotta del Mediterraneo, quelli su cui ora si abbatte il pugno di ferro europeo.

Il quadro fornito da Antigone sviscera in tutti i suoi aspetti, anche quelli apparentemente più secondari, le innumerevoli criticità del nostro sistema carcere, ma non aggiunge elementi di particolare novità al degrado che da anni si riscontra: è proprio la persistenza di questo sfascio, arrivato ormai all’apice dell’insostenibilità, ciò su cui il report ci chiede di riflettere enumerando tutte le scelte governative e amministrative che hanno trasformato le prigioni italiane “in un luogo di privazione della libertà per soggetti già privati di diritti”. Il report denuncia con forza la parabola politica che è sotto gli occhi di tutti e proprio questa denuncia è il suo maggiore punto di forza. L’attuale esecutivo e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria hanno ormai avocato a sé, sottraendola al dibattito parlamentare, la competenza in materia di giustizia e di riforma penitenziaria; nell’incapacità di produrre interventi credibili, si è scelto il ricorso alla decretazione d’urgenza, alla emanazione continua di circolari e di provvedimenti guidati dall’unico scopo di estendere l’area penale, con l’introduzione di 55 nuovi reati e oltre 60 nuove aggravanti, e di imporre una stretta autoritaria alla quotidianità detentiva.

Le ripercussioni di questa deriva sono particolarmente drammatiche per i detenuti stranieri irregolari con cui il NAGA si confronta nella sua attività. Per loro a ragione si parla di ‘doppia pena’. È nella loro condizione che emergono tutte le contraddizioni e i paradossi in cui si dibatte il sistema attuale che, da un lato, si sforza, dove e quando riesce, di offrire senza distinzione di nazionalità opportunità di studio e occasioni lavorative volti alla integrazione sociale a conclusione della pena. Dall’altro lato, questo impegno cosiddetto ‘riabilitativo’ si dimostra nella pratica per lo più vano a fronte dell’impossibilità di ottenere per queste persone una qualche forma di regolarizzazione che consenta l’effettiva integrazione e l’uscita dai circuiti dell’illegalità una volta tornati in libertà.

Ma di che libertà si può parlare? Per queste donne e questi uomini, anche per quelli di cui è l’Istituzione stessa a riconoscere e attestare il cosiddetto ‘percorso virtuoso’, il momento dell’uscita dal carcere senza un permesso di soggiorno o una domanda di protezione internazionale in tasca coincide con l’incubo dell’espulsione, o della reclusione in un CPR o del ritono a una clandestinità destinata in troppi casi a ricondurre in galera.

Intrappolati fra nelle maglie delle procedure burocratiche, fra le disposizioni del Decreto Cutro e i recenti aggiornamenti dell’elenco UE dei paesi sicuri, per le persone straniere irregolari le porte della prigione, al fine pena, si apriranno, ma per la stragrande maggioranza di loro quelle dell’accoglienza subito si chiuderanno con un tonfo assordante che ci riempie di vergogna.

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