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L’Unione Europea tratta con i talebani.

Il commento del Naga

Da anni, gli afghani sono la prima nazionalità a chiedere asilo in Europa.
Solo nel 2025, più di 63mila cittadini afghani hanno presentato domanda di protezione nell’Unione, pari al 10% del totale dei richiedenti asilo.
Scappano da un regime che ha trasformato l’Afghanistan in uno dei posti più violenti e pericolosi per le donne.
Le organizzazioni per i diritti umani parlano apertamente di “apartheid di genere”: il sistema di repressione istituzionalizzato imposto dai talebani permea ogni aspetto della vita quotidiana e comprende gravi restrizioni dei diritti di donne e ragazze, il ricorso alla tortura, sparizioni forzate, arresti arbitrari ed esecuzioni extragiudiziali.
Non è un regime riconosciuto dalla comunità internazionale, né dall’Unione europea. Il 23 gennaio 2025, la Corte penale internazionale ha chiesto il mandato di arresto contro la guida suprema dei talebani, Haibatullah Akhundzada, e contro il presidente della Corte Suprema di Kabul, Abdul Hakim Haqqani, per crimini contro l’umanità e di genere.

Per l’Unione Europea questo è un problema. Attenzione, però: non è un problema che si tratti di un regime terroristico con mandati di arresto internazionali pendenti per crimini contro l’umanità, che uccide e non rispetta i diritti fondamentali degli esseri umani — soprattutto nei confronti delle donne.
Bensì, è un problema che troppa gente riesca a scappare, a trovare rifugio altrove, a cercare di costruirsi una vita libera e degna.

Infatti, quasi di nascosto, il Belgio ha concesso 5 visti non-Schengen a una delegazione talebana, ricevuta da rappresentanti della Commissione europea e di 15 paesi membri, per discutere le modalità di rimpatrio degli esiliati afghani.

È stata una “visita storica”, ha dichiarato soddisfatto Abdul Qahar Balkhi, portavoce del ministero degli Esteri talebano che guidava la delegazione. Di fatto, è un regalo di legittimazione internazionale, ottenuto in cambio della promessa di collaborare sui rimpatri.

Regolarizzarsi in Europa è diventato quasi impossibile. Non perché manchino le persone che ne hanno diritto, ma perché non esistono canali legali che funzionino davvero: le procedure di ricongiungimento familiare sono macchinose e lentissime, i requisiti economici per ottenere o rinnovare un permesso di soggiorno sono sempre più stringenti, e chi vive in Europa da anni senza riuscire a soddisfarli si ritrova in una condizione di irregolarità strutturale, senza che sia colpa sua.
E non è vero che si parla solo di “criminali pericolosi” o “persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza”.
Lo vediamo con il regolamento rimpatri di recente approvazione, che mette a rischio chi è in Italia da anni senza essere riuscito a regolarizzarsi; lo vediamo nel Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno, che adotta strategie di controllo, respingimento alla frontiera e deportazione, anche di persone minori.

L’Europa non ha un problema con i talebani. Ha un problema con chi scappa dai talebani.

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