Che la morte di Abderrahim Fakir sia avvenuta proprio il giorno in cui per la strade di Genova si manifestava in ricordo delle infauste giornate del luglio 2001, è una coincidenza che non ha nulla di strano.
Episodi del genere, durante i quali le forze di polizia eccedono nell’uso della forza fino a provocare, più o meno volontariamente, la morte di persone fermate per strada accadono sempre più spesso.
E, sistematicamente, tra le vittime che subiscono queste aggressioni, troviamo chi viene profilato razzialmente perché di origine non caucasica.
Ci limitiamo a ricordare Abderrahim Mansouri e Ramy Elgaml, le vittime più recenti in episodi simili a Milano.
C’è poi un’altra violenza, meno visibile, che accompagna queste vicende: quella documentale. Un uomo di 42 anni, che vive in Italia da quasi tutta la sua vita, si trova costretto a presentare una domanda d’asilo perché non esiste, per lui, alcuna via più dignitosa – e legale – per essere regolarmente soggiornante sul territorio.
Anche questa è violenza istituzionale, da parte di un sistema che, prima di ucciderti, ti nega il diritto di esistere con un nome e uno status propri.
Ci stringiamo attorno alla famiglia di Fakir e al quartiere Pilastro di Bologna.
Oggi, 21 luglio, alle h. 18, appuntamento davanti alla Prefettura di Milano.