Notizie

Abolire l’impossibile

L’ospite del mese, Valeria Verdolini

Intervista a Valeria verdolini, docente di diritto e mutamento sociale e inequalities and social mobility all’Università di Milano. Dal 2012 è responsabile di Antigone Lombardia.

Valeria grazie per il tempo che ci stai dedicando.  Parliamo del tuo ultimo libro, Abolire l’impossibile (add editore, Torino, 2025).Tu affermi nel tuo libro che il sistema capitalistico porta con sé, necessariamente, il colonialismo, le disuguaglianze, l’emarginazione, la costruzione dei confini e il neocolonialismo. Puoi spiegarci meglio?

Io penso che, nella misura in cui il capitalismo nasce e si sviluppa attraverso l’espansione coloniale come forma di strutturazione delle modalità di accumulazione, esso si fonda fin dall’origine sull’urgenza di gerarchizzare la popolazione, distinguendo tra chi accumula ricchezza e chi viene sfruttato.

Questo bisogno di gerarchia, come spiegava Marx quando parlava della violenza originaria, richiede fin dall’inizio una quantità di violenza tale da consentire a chi accumula capitale di sfruttare un’altra parte della popolazione. Questa può essere considerata una delle matrici fondamentali della violenza, anche se non è l’unica.

Nel libro non affronto direttamente un’altra matrice altrettanto importante, quella del contratto sessuale, che produce analoghi rapporti di subordinazione. Anch’essa contribuisce in modo decisivo alla costruzione di quelle strutture culturali che invisibilizzano l’origine della violenza e, al contrario, naturalizzano le gerarchie tra le popolazioni.

In questo senso, il colonialismo, raccontato come conquista, missione civilizzatrice o scoperta del mondo, nasconde il proprio carattere reale: un meccanismo di appropriazione delle terre, delle risorse e delle popolazioni. Un processo che, nell’arco di cinque o sei secoli, ha prodotto disparità ormai enormi tra il Nord e il Sud del mondo.

Queste disuguaglianze vengono però rappresentate come il risultato di una presunta superiorità morale dell’Occidente, attribuita al processo di civilizzazione, mentre agli altri viene assegnata un’immagine di arretratezza e inciviltà. È ciò che Edward Said ha descritto attraverso il concetto di orientalismo.

Si intrecciano così due meccanismi fondamentali. Da una parte esiste il bisogno materiale di sfruttare; dall’altra vengono prodotti saperi capaci di occultare quel bisogno di sfruttamento, trasformando un ordine profondamente diseguale in qualcosa che appare naturale.

Violenza istituzionale, controllo ed esclusione: puoi declinare queste tre forme di violenza?

La violenza fisica è visibile. Esistono però anche forme simboliche di violenza, come il razzismo, il patriarcato e le disuguaglianze nell’accesso al reddito, alla casa, alle cure e alla salute. Queste forme di violenza invisibile condizionano profondamente la società, perché organizzano il sapere, modellano la percezione dei fenomeni e orientano i comportamenti.

Come si può accrescere la consapevolezza, soprattutto rispetto alle forme di violenza invisibili, che sono anche le più difficili da denunciare?

Nel libro Abolire l’impossibile  mi sono rivolta alla letteratura, perché spesso gli scrittori possiedono una capacità particolare di vedere ciò che sfugge ad altri linguaggi.

In particolare ho richiamato Amatissima di Toni Morrison e il concetto di rimemoria: il tentativo di ripercorrere il passato per smascherare proprio quelle strutture di violenza di cui abbiamo parlato.

La rimemoria consiste nel costruire una seconda memoria del passato, una memoria che non sia raccontata soltanto dai vincitori, ma anche dai vinti; che non sia prodotta esclusivamente da chi ha conservato il privilegio, ma che restituisca la voce di chi quella violenza l’ha subita.

I segni della violenza coloniale e della linea del colore, eredità della storia della schiavitù negli Stati Uniti e più in generale nell’Occidente, sono ancora oggi visibili. È però necessario ricostruire quella memoria per restituire dignità a una violenza che è stata sistematicamente invisibilizzata.

In questo modo diventa possibile anche decostruire quelle che definisco strutture epistemiche, come il razzismo e il patriarcato, mostrando come siano state costruite e successivamente naturalizzate.

Di nuovo, un’altra fonte che ci aiuta è il femminismo. La pratica femminista ha cercato, per oltre un secolo, di smascherare le strutture simboliche del patriarcato, rendendone visibile non solo la matrice, ma anche l’origine e il funzionamento. Ha mostrato, soprattutto, come esse si fondino su credenze che non sono naturali né inevitabili, ma storicamente costruite.

Si tratta di saperi prodotti in funzione dei rapporti di potere, e non di verità universali. Per compiere questo lavoro sono necessari almeno due elementi.

Da una parte serve un grande lavoro culturale di decostruzione, di rimemoria, di raccolta delle voci subalterne. Da questo punto di vista, la letteratura decoloniale ha già tracciato una strada importante.

Dall’altra parte è indispensabile un lavoro collettivo, perché nessuno può farlo da solo. Così come il femminismo non può essere una pratica individuale, anche l’antirazzismo non può essere vissuto come un percorso solitario: entrambe sono pratiche che si costruiscono insieme.

Puoi approfondire il concetto di rimemoria?

Sì. Morrison osserva che non esiste un racconto della violenza della schiavitù scritto dagli schiavi, perché quelle persone non hanno avuto la possibilità di raccontare la propria esperienza. E, quando quei racconti sono stati scritti, spesso sono stati distrutti, censurati o non pubblicati. Ci troviamo quindi davanti a una storia incompleta, alla quale manca proprio la voce di chi quella violenza l’ha vissuta sulla propria pelle.

Come possiamo riportare alla luce quella memoria?

Secondo Morrison esiste una parte di quella storia che è sopravvissuta nella tradizione orale, nei racconti tramandati e nelle canzoni. È da lì che bisogna partire. Questo è anche il lavoro che lei stessa ha compiuto. Prima di diventare romanziera, Toni Morrison era infatti una curatrice editoriale e aveva lavorato, tra gli altri, sui testi di W.E.B. Du Bois. Proveniva quindi anche da un intenso lavoro teorico. A un certo punto comprende che sono le storie a poter restituire ciò che la storiografia ufficiale ha cancellato.

Qualcosa di simile aveva fatto anche Carlo Ginzburg, recentemente scomparso, attraverso la microstoria. L’idea è costruire, a partire da racconti che non hanno trovato spazio nella “grande storia”, delle storie parallele, capaci di illuminare ciò che la narrazione dominante ha lasciato nell’ombra.

Abbiamo bisogno di altre storie…

Abbiamo bisogno di quelle che un tempo venivano chiamate contronarrazioni, perché sul privilegio è stato costruito un enorme lavoro egemonico che ha finito per cancellare completamente ogni altra prospettiva. Lo spiego spesso anche ai miei studenti con un’immagine molto semplice. È come se indossassimo degli occhiali senza rendercene conto. Guardiamo il mondo attraverso quelle lenti e pensiamo che quello sia il mondo così com’è. In realtà sono proprio quelle lenti a produrre quella particolare visione della realtà. Il primo passo consiste allora nel renderci conto che quegli occhiali esistono. Che li abbiamo sempre indossati. E che non sono gli unici possibili. Possiamo imparare a guardare il mondo attraverso altri occhi. Ma per farlo dobbiamo prima riconoscere che la nostra prospettiva non è mai stata neutrale.

Questo vale anche per i nostri privilegi?

È molto difficile vedere il proprio privilegio, perché tendiamo a considerarlo l’unico modo naturale di stare al mondo. In realtà non è così. Esistono molte altre prospettive e molte altre esperienze della realtà.

Io mi sono laureata in Storia nel lontano 1981, alla Sapienza di Roma. Avevo professori bravissimi. Eppure è impressionante vedere quanto siano cambiate, nel frattempo, le categorie con cui leggiamo il mondo. Già allora si iniziava a intravedere qualcosa, ma oggi molti degli schemi interpretativi di allora sono stati profondamente rimessi in discussione…

Nel libro cito Deleuze e Guattari perché, già negli anni Settanta, parlavano dell’apparato di cattura dello Stato, cioè della capacità dello Stato di incorporare e organizzare la vita all’interno di determinati rapporti sociali e di potere. È un’idea che, in fondo, dialoga con quanto stiamo dicendo. Allo stesso tempo mettevano in evidenza le linee di fuga, che considero ancora oggi un concetto molto interessante. Le definivano come macchine rivoluzionarie, non orientate alla guerra come fine ultimo, ma all’invenzione di nuove forme di esistenza.

Il problema è che il capitalismo tende ad assorbire continuamente il nuovo, trasformandolo nei propri meccanismi di riproduzione. Oggi, forse più che mai, vediamo questo processo pienamente all’opera. Assistiamo a una moltiplicazione delle guerre, all’aumento delle disuguaglianze e a un sistema nel quale pochi continuano ad arricchirsi mentre molti perdono tutto, spesso perfino la vita. Sembra quasi che siamo prigionieri di una visione apocalittica del presente.

Quando e come le persone possono tornare a essere rivoluzionarie, nonostante tutto? Esistono ancora quelle linee di fuga, quelle macchine rivoluzionarie di cui parlavano Deleuze e Guattari?

Quando esiste un orizzonte verso cui dirigersi. La linea di fuga è, prima di tutto, una nuova linea d’orizzonte. Io credo che gli orizzonti siano costruiti dagli immaginari. Come sinistra abbiamo smesso di produrre immaginari capaci di aprire il futuro. Abbiamo continuato a produrre ciò che definirei immaginari realistici; ma proprio per questo non erano più immaginari. Abbiamo smesso di domandarci in quale mondo vorremmo vivere e abbiamo iniziato a limitarci a descrivere quello esistente. La destra, invece, è stata molto più abile nel costruire immaginari.

L’immaginario reazionario è estremamente potente perché è rassicurante: richiama la tradizione, l’omogeneità, un tempo immobile nel quale ogni cosa sembra avere un posto prestabilito. È un immaginario semplice, capace di offrire sicurezza proprio perché promette stabilità.

L’immaginario rivoluzionario, invece, resta ancora oggi una possibilità. Basterebbe, ad esempio, riprendere l’uguaglianza come orizzonte, invece di considerarla un fallimento storico. Sarebbe già moltissimo.

Dovremmo anche interrogarci sul motivo per cui le nostre democrazie, pur fondandosi costituzionalmente sul principio di uguaglianza, abbiano progressivamente tradito quella promessa.

Nel libro mi concentro soprattutto sulle democrazie contemporanee e mi chiedo come abbiano potuto rimanere così profondamente subordinate al sistema economico, rinunciando a utilizzare gli strumenti di cui pure dispongono. È vero che il diritto rappresenta anche un apparato dello Stato. Ma è altrettanto vero che i diritti sono l’unico strumento che siamo riusciti a costruire, nella storia moderna, per porre dei limiti all’abuso del potere. Questa, secondo me, resta una domanda fondamentale. Forse dovremmo anche chiederci se davvero desideriamo vivere in un mondo tanto diseguale.

Io non credo. Non credo che desideriamo davvero tutte queste forme di privilegio. E non credo nemmeno che il privilegio renda necessariamente più liberi o più felici.

Forse proprio da qui bisogna ripartire.

Sostieni il Naga, adesso.

Il tuo sostegno, la nostra indipendenza.

Top