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Il pensiero – Che cosa è rimasto dell’accoglienza?

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Nel 2019 il sistema di accoglienza italiano è stato completamente stravolto dalla legge 132 (meglio nota come legge Salvini o decreto Salvini) e dall’applicazione del nuovo schema di capitolato per le gare d’appalto per vari i centri destinati a gestire la prima e primissima accoglienza.

Dopo l’apertura delle buste per i nuovi bandi, infatti, si è constatato che in molte prefetture non sono stati coperti centinaia dei posti messi a gara: a Milano, ad esempio, ne mancano 700.

Un esito facilmente prevedibile e ampiamente pronosticato da chi aveva letto con preoccupazione i due testi. Non era difficile capire che le nuove disposizioni, stabilendo la riduzione all’osso del costo giornaliero rimborsato dal Ministero dell’Interno per ciascun ospite, avrebbero indotto molti enti gestori a disertare le gare.

Soprattutto quelle per i centri di dimensioni non superiori ai 50 posti, ovvero le realtà dove esistono maggiori condizioni per costruire dei percorsi di autonomia per i richiedenti asilo ospitati. Le stesse dove manca la possibilità, applicando economie di scala, di ottenere margini di profitto e che risultano, di conseguenza, poco appetibili per chi, avendo fatto affari sull’accoglienza negli anni scorsi, continuerà a farli nei prossimi. L’abbattimento dei costi per l’erario, infatti, è ottenuto attraverso la riduzione delle dotazioni minime di personale. Una spesa sulla quale non si può risparmiare e, dunque, al momento di decidere se partecipare o meno alla gara, risulta poco significativa per chi, come primo obiettivo, ha quello di guadagnare.

Ricapitoliamo gli effetti, ormai realizzati e non più solo temuti, della stretta che avrebbe dovuto combattere il business dell’accoglienza: meno posti nei centri piccoli; nessuna riduzione dei margini di profitto per gli affaristi; il licenziamento di parecchie migliaia di operatori che, giovani e qualificati, assicuravano servizi professionali connessi ai diritti e alla possibilità dei richiedenti asilo di diventare soggetti attivi della società.

Richiedenti che, con le nuove norme, vengono ridotti a esseri solo bisognosi di vitto e alloggio da rinchiudere e contenere il più possibile in grandi centri sempre più simili a strutture concentrazionarie. 

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