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Intervista – Video intervista a Marie Moïse e Mazen Masoud

I muri ribaltati diventano ponti  

Marie Moïse è dottoranda in filosofia politica all’Università di Padova e Tolosa II, scrive di razzismo, femminismo e relazioni di cura. È co-autrice di Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (Effequ 2019) e co-traduttrice di Donne, razza e classe di Angela Davis (Alegre, 2018).
A partire dalla sua storia famigliare e per comprendere di più le proprie radici italo-haitiane, comincia a occuparsi dei legami tra le oppressioni di genere, di razza e di classe. A Milano milita come attivista nello spazio di mutualismo, riappropriazione sociale e autogestione conflittuale Ri-Make, da cui si collega per la nostra intervista. In questi giorni stanno costruendo il progetto di un centro estivo autogestito solidale con una decina di famiglie, soprattutto migranti del quartiere, rivolto ai bambini che sono a casa da scuola e dall’asilo.

Mazen Masoud è un rifugiato politico e attivista transfemminista libico. Fa militanza da anni in vari Paesi, oltre che nel proprio Paese di origine, la Libia.
Vive in Italia da quattro anni, fa parte di collettivi, gruppi, movimenti femministi e transfemministi a Bologna.

In questi anni l’atteggiamento dell’opinione pubblica in Italia nei confronti dei cittadini stranieri e dei richiedenti asilo è notevolmente cambiato. È peggiorato? O è sempre stato ostile esprimendosi però con canali diversi?

Mazen Masoud: Vivo in Italia dal 2016, non conosco quindi la realtà e la società italiana approfonditamente. Dalla mia esperienza personale posso dire che nel primo anno e mezzo in Italia notavo una certa apertura: chiedevo indicazioni in inglese alla gente per strada, alla fermata del bus, e tutti o quasi erano gentili con me. Dall’autunno 2017, quando alcuni partiti politici hanno iniziato la campagna elettorale in vista delle elezioni di marzo 2018, ho sentito l’atmosfera cambiare. Oggi si sente molto il peso del razzismo e, se mi permetti, del fascismo intorno a noi. Quell’atteggiamento amichevole e umano di questi tempi si è affievolito. Leggiamo di aggressioni, di episodi di razzismo, e naturalmente anche io ne ho vissuti. “Negro di merda, torna al tuo Paese!”, “Prima gli italiani!”, “Vieni qua a rubare il lavoro!”, “Voi rifugiati prendete 35 euro al giorno” e così via, alle stesse fermate del bus.

L’emersione del fenomeno delle migrazioni, per cui come Naga ci battiamo da tantissimo tempo, da tantissimi anni, non ha comportato necessariamente il miglioramento delle condizioni di chi migra, di chi sceglie di migrare o è costretto a migrare. Che cosa ne pensi?

Mazen Masoud: Dalla mia attività al MIT (Movimento Identità Trans), una delle associazioni più importanti del movimento LGBTQ+ italiano che dà sostegno e supporto alle persone richiedenti asilo, migranti e rifugiate LGBTAQ+ a Bologna dal 1979, e altre esperienze in gruppi che si occupano di migranti, penso che il lavoro del Naga e di altre associazioni, gruppi e collettivi sia importante e utile soprattutto per il supporto a livello logistico. Per cambiare la situazione, e questa società, serve un movimento forte che scenda in piazza accanto alle persone migranti. Sono già passati quasi due anni dalla legge Salvini e molti di più dalla Bossi-Fini. Per modificare davvero la situazione attuale delle persone migranti è necessario un cambiamento radicale, altrimenti permarrà lo scenario attuale, sperando non peggiori a livello legislativo e legale nel prossimo futuro.

Che relazione esiste tra razzismo e omotransfobia? Quando il corpo nero è anche corpo trans, si aggiungono discriminazioni a discriminazioni, esiste una riflessione pubblica su questo? Cosa ne pensi del disegno di legge Zan, in questi giorni nel dibattito pubblico?

Mazen Masoud: Ha un peso essere una persona trans, ma anche essere  gay, lesbica, ecc.… se poi sei anche un afro-discendente, latino-discendente, asiatico-discendente ecc.  sei più  visibile. Non scordiamoci che l’Italia è il secondo dei Paesi europei per tassi di violenza e omicidi contro le persone trans (alcuni siti di riferimento considerano la Turchia un paese europeo e quindi l’Italia viene al secondo posto https://nelpaese.it/parita-di-genere/item/7518-transfobia-giornata-memoria-italia-2-paese-europeo-per-numero-vittime ). La maggioranza delle vittime è costituita da donne trans, di cui il 90% donne straniere, in particolare donne afro-discendenti e latino-discendenti. In questi casi alla discriminazione si aggiunge il razzismo e la violenza sui loro corpi. Personalmente, come tanti altri, ho subito aggressioni ed episodi legati a questo: prima del lockdown, per esempio, dei ragazzini mi hanno tirato lo zaino urlandomi “frocio e checca!” – perché il mio zaino è pieno di spillette -, in un modo che era omofobo e razzista insieme. Le persone alla fermata sono rimaste indifferenti, come se non fosse accaduto nulla.

Riguardo al disegno di legge Zan c’è un grande dibattito pubblico, ne leggiamo in questi giorni sui giornali. Personalmente, e ribadisco personalmente, dico che ci serve una legge che punisca le discriminazioni e la violenza nei nostri confronti e più in generale. A prescindere che si tratti di italiani, persone migranti o rifugiati, perché siamo tutti sulla stessa barca. Ma non ci serve solo una legge che punisca quell’atto di violenza o quella discriminazione in sé, serve anche un supporto vero e reale alle persone LGBTAQ+. Anche tra gli italiani LGBTAQ+ accade che vengano cacciati di casa, non accettati dalla famiglia e, spesso, che non trovino un posto in cui vivere. Qui mi aggancio a un discorso molto importante sui centri anti violenza per le donne, che è da anni che subiscono tagli di fondi. Sono necessari due interventi paralleli: da un lato la legge penale che condanna la discriminazione, ma nello stesso tempo lavorare anche per la vita reale delle persone. Non si può mandare in carcere una persona violenta o un discriminatore e invece la persona che ha vissuto quell’episodio lasciarla a se stessa in mezzo alla strada.

Il razzismo istituzionale e culturale si dispiega a vari livelli, quali sono le implicazioni sulla vita quotidiana delle persone?

Marie Moïse: Sicuramente quando parliamo di razzismo, possiamo dire che in Italia questo agisce, a mio avviso almeno su tre livelli. Il primo è la questione del corpo non bianco, il secondo la questione della cittadinanza e il terzo livello la questione della migrazione. Questi tre livelli combinandosi producono una marea di ricadute concrete che hanno origine non semplicemente e non solamente nelle interazioni individuali e tra persone, ma nelle leggi di questo Paese, nelle sue istituzioni e nel come funzionano. Nel come le istituzioni governano sia i luoghi della società e della cultura, sia quelli dell’economia. Perché dico questo? Perché nell’intersezione tra nerezza, cittadinanza e migrazione, in particolare, si definisce l’economia italiana, proprio come un’economia attraversata dalle linee della razzializzazione. I lavori che in Italia sono i più sporchi, i più pericolosi, i più logoranti, quelli che in sociologia vengono chiamati i “3Ds Jobs” (Dirty, Dangerous e Demanding) sono esattamente quei lavori a cui sono relegate, in maniera segregata, le persone nere, non italiane, emigrate in Italia. E faccio riferimento al lavoro nei campi, con i braccianti in particolare nel sud d’Italia, faccio riferimento alle lavoratrici, soprattutto donne, domestiche, addette alle pulizie, badanti, e ai lavoratori della logistica. Ecco, nel momento in cui un corpo è percepito come non bianco è immediatamente e strutturalmente assegnato a questo genere di lavori. Ci sono poi le ricadute concrete date dalla possibilità o meno di accedere alla cittadinanza. A questo si lega la questione della migrazione perché in Italia vige ancora una legge che regola la cittadinanza che si basa sulla “purezza del sangue”. Solo chi può testimoniare “puro sangue italiano” nelle proprie vene può ottenere il diritto di voto, il diritto di accedere all’amministrazione pubblica, il diritto di essere considerato a tutti gli effetti un cittadino e un membro della società. In particolare, il riconoscimento di documenti di serie B che riceve generalmente chi migra, produce altri sbarramenti nella vita quotidiana: per esempio la possibilità di firmare un contratto di affitto, perché senza documenti questo non è possibile, piuttosto che iscriversi a tutti i gradi dell’istruzione, oppure permettersi dei viaggi all’estero senza correre il rischio di non poter più tornare indietro. Aggiungo, per fare un riferimento alla legislazione più recente, quella che è stata adattata alla situazione di emergenza da pandemia. In questo periodo, abbiamo visto tutte le precedenti implicazioni materiali esplodere nella gravità dell’emergenza perché tutte le disposizioni di governo date proprio per affrontare l’epidemia hanno ulteriormente sancito che sulla linea della nerezza, della cittadinanza e della migrazione si distinguono corpi che per le istituzioni valgono di più e corpi che valgono di meno. Cito un esempio: il fatto che la possibilità di accedere ai bonus baby sitter, al congedo parentale, sia stata negata a tutte le lavoratrici domestiche anche con contratto. È stato l’unico contratto escluso dall’accesso a questi diritti. Per citarne un altro, il fatto che di tutte le persone immigrate in Italia, sia stata data la possibilità di accedere alla sanatoria solo alle lavoratrici domestiche con contratto e a braccianti agricoli in una forma usa e getta. Esattamente il tipo di rapporto che la schiavitù ha storicamente determinato: ovvero il fatto che un corpo è utile solo fino a che è possibile il suo sfruttamento. Dopo di che non è più utile. La sanatoria prevede, appunto, che siano utilizzabili queste braccia da sfruttare solo per il tempo di intervenire nella crisi produttiva che ha provocato il Covid-19 per poi tornare a essere considerati corpi, cittadini, esseri umani di serie B.

Black Lives Matter ha rimesso a tema il portato del colonialismo in Europa, e in particolare in Italia, come affrontare la questione a livello sistemico?
E poi, ultima domanda, quali sono i primi passi da fare per una società più equa?

Marie Moïse: Black Lives Matter ha mostrato che anche in Europa esistono persone non bianche: esistono, vi lavorano, vi conducono le loro vite, si innamorano, trascorrono qui la loro vita quotidiana. Il fatto di aver reso visibili questi corpi, queste esistenze, queste vite, ha messo in discussione la bianchezza su cui storicamente è stata costruita l’italianità, l’occidentalità. Io stessa che non subisco razzismo in prima persona perché sono percepita bianca, ho la cittadinanza italiana in tasca, ma faccio di cognome Moïse, ho ereditato questo cognome da degli schiavi che hanno patito la schiavitù ad Haiti e la cui storia eredito per parte di mio padre, immigrato in questo Paese. Io non sono italiana, sono considerata afro-italiana e di questo prefisso, che porto con una certa fatica anche io, in realtà imparo ad andare orgogliosa perché diventa un modo per disintegrare, de-costruire, questa idea di italianità basata su una presunta superiorità della bianchezza di questo Paese, che è totalmente costruita e questo movimento lo sta facendo emergere, lo sta facendo esplodere.

Mazen Masoud: Quali sono i primi passi per un futuro uguale per tutti? Il fatto di partire dalle nostre posizioni, dai nostri bisogni, dalle nostre storie, dai nostri valori in modo collettivo, per dare visibilità a tutte le storie. Oggi come oggi, il Black Lives Matter ha fatto cadere quel muro di silenzio verso le persone afro-discendenti che vivono in questo Paese. Soprattutto chi ha già la cittadinanza, ottenuta magari con molta fatica, ad esempio legata ai genitori o al compimento dei diciotto anni. Penso che si debba avere il massimo rispetto  per le storie delle persone e per il valore che portano. La questione del titolo di soggiorno, dei documenti, dovrebbe essere slegata dal lavoro e dalla famiglia. Se le persone, soprattutto le compagne e i compagni italiani, continuano ad affiancare questi movimenti, a dare supporto e a scendere in piazza con loro, con noi, si crea già una ricchezza e, secondo me, abbiamo già fatto i primi passi avanti.

Marie Moïse: Aggiungo uno slogan di Angela Davis, femminista nera a me carissima: “I muri ribaltati diventano ponti”. E significa che l’antirazzismo non è semplicemente una presa di posizione ideologica, ma pratiche materiali con cui cambiamo il nostro modo di stare in relazione. A me sembra che la questione qui sia trovare tutti i modi per costruire solidarietà e alleanze concrete, che partano, a mio avviso, dal domandarsi ciascuno non tanto “Cosa me ne faccio del mio privilegio o della mia mancanza di privilegio?” ma “Che cosa posso condividere?”. Per cui prendo uno degli slogan che forse più ha preso piede, quantomeno nell’antirazzismo Italiano: “Aprite i porti!” e rilancio: Apriamo i porti, ma apriamo anche le case che abbiamo a disposizione, apriamo spazi comuni, condividiamo saperi e disponibilità economiche se ne abbiamo. Ognuno sapendo che c’è un ruolo che possiamo assumere nella lotta di liberazione di chi ci sta accanto, e magari non ce ne accorgiamo. Ognuno però ha da fare un pezzettino anche per liberare se stesso, perché non c’è nessuno che può dirsi a posto e a cui rimanga solo da salvare gli altri. C’è un altro slogan che ho fatto mio dalla storia del femminismo nero e che mi sta a cuore: Non saremo liberi finché non saremo liberi tutti e tutte! Da qui, io credo, dobbiamo partire.

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