Foto: Emilio Nasser (@emiiinasser), ‘Shipwreck of Dreams’ (2025).
‘Shipwreck of Dreams’ è un progetto fotografico che reimmagina il mito svizzero di una nave in grado di esaudire i desideri, e diviene lo sfondo per tracciare le storie dell’Autonome Schule di Zurigo. Fondata nel 2008 dall’alleanza di residenti e persone illegalizzate a Zurigo, la scuola auto-organizzata difende il diritto alla mobilità, all’appartenenza e all’istruzione per tutti, nella continua ricerca di uno spazio insieme fisico e metaforico. Attraverso una pratica profondamente collaborativa, Emilio Nasser intreccia ritratti, disegni, archivi visivi, testi e voci per riflettere sulle realtà incerte della migrazione nella cornice del mito.
Ritratto di Luis: “Ruka” significa casa e focolare nella lingua del popolo Mapuche. Per i Mapuche, “ruka” non è mai stata una proprietà, sapevano bene che nulla appartenesse loro in quanto solo di passaggio sulla terra. Per me, “ruka” è diventato un desiderio: ho vissuto tutta la mia vita adulta lontano da ciò che conoscevo da bambino. Oggi la mia “ruka” è quando apro la porta, sento la voce di mia figlia o vedo mia moglie, ma so che nel profondo del mio cuore “ruka” rimarrà per sempre un desiderio.

Ritrovare lo sguardo: minori stranieri non accompagnati, da invisibili a cittadini
Ogni settimana incontriamo ragazzi soli (parliamo al maschile perché sono in stragrande maggioranza maschi), con gli occhi ancora troppo piccoli per contenere il peso di una vita già difficile. Minori stranieri non accompagnati, arrivati in Italia in cerca di un futuro e finiti in un limbo di burocrazia, precarietà e abbandono.
Come racconta l’avvocata Ornella Fiore nell’intervista di Marta Pepe presente in questo numero di Fuorivista, “molti di loro arrivano già da situazioni di marginalità estrema e si ritrovano in un’accoglienza sempre più povera, con fondi che diminuiscono e operatori precari”. In molte città, Milano compresa, i Comuni finiscono per collocare i minori nei CAS per adulti, strutture inadeguate che cancellano la differenza tra protezione e sopravvivenza.
Sulla carta, le tutele ci sono: i minori non possono essere espulsi, respinti o trattenuti nei CPR. Ma nella realtà restano intrappolati in pratiche lente, decisioni arbitrarie e assenza di visione. Non per emergenza ma per volontà politica. Una volontà cinica che lascia che i ragazzi si perdano, soli, per strada.
E così li ritrovi allo sbando, senza adulti di riferimento. Non solo quelli legati alla famiglia, ma anche figure che loro possano riconoscere come punti fermi. In queste situazioni, l’autorevolezza dell’adulto si dissolve e la fiducia diventa fragile. Come ricordano gli operatori, “è molto difficile agganciarli, perché fanno fatica a fidarsi”. Quando manca un tutore volontario o un adulto capace di creare una relazione autentica, diventa quasi impossibile ricostruire quel legame di fiducia che è la base di ogni percorso di cura e crescita.
A rendere tutto più drammatico è l’indifferenza dell’opinione pubblica, ormai assuefatta a considerare questi ragazzi come una questione di numeri, non di vite. Il silenzio collettivo diventa complice: invisibili per le istituzioni, irrilevanti per la società. E in questo vuoto di attenzione, la solitudine si fa sistema.
Tuttalpiù se ne fa un tema di sicurezza: l’attenzione si risveglia solo nella paura, mai nella possibilità. E così, lo sguardo collettivo resta prigioniero di una visione negativa e difensiva, incapace di riconoscere il valore che questi giovani rappresentano per una società vecchia come quella italiana: energia, vitalità, futuro. Ma finché li vedremo solo come una minaccia e non come una risorsa, continueremo a tradire loro e noi stessi.
Nel report “Soli e male accompagnati” (aprile 2025) abbiamo documentato come il sistema di accoglienza milanese fallisca nel garantire diritti e dignità. Sappiamo che denunciare non basta. Serve una direzione politica chiara: riconoscere che prendersi cura dei più giovani, italiani e stranieri, significa investire nel futuro di tutti.
Il fallimento di un ragazzo non è mai solo suo. È il fallimento di un sistema che ha smesso di credere nell’accoglienza come dovere pubblico e umano. Come Naga continueremo a denunciare e proveremo a costruire. A formare volontarie e volontari, a informare la cittadinanza, a offrire ascolto e assistenza. Continueremo a lavorare perché ogni minore, ogni persona, possa essere vista, curata, rispettata. Cambiare è ancora possibile, ma solo se ricominciamo da ciò che rende umano ogni incontro: la fiducia. È da lì che si ricostruiscono le relazioni, le comunità e, in fondo, la nostra stessa idea di futuro condiviso.