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Intervista – a Bianca El Malek (she/they) e a Pia Covre

Bianca El Malek (she/they)
Attivista per i diritti umani e delle persone sex worker e per l’accesso ai servizi per la salute sessuale per tuttx, fa parte della rete nazionale creatasi durante il Congresso “Sex Workers Speak Out” di Bologna 2023, ed è volontaria di Milano Checkpoint.

Pia Covre
Fondatrice del “Comitato dei diritti civili delle prostitute” e del progetto anti-tratta “Stella Polare” di Trieste.

La parola d’ordine è autodeterminazione

Di seguito è riportato il testo dell’intervista a Bianca El Malek e a Pia Covre, in fondo è possibile ascoltare l’audio e vedere il video della sola intervista a Pia Covre.

Nota della redazione: nel rispetto della volontà di Bianca El Malek e per riflettere la sua scelta di un linguaggio inclusivo e non binario, abbiamo mantenuto nel testo l’uso della desinenza “x” in sostituzione delle desinenze di genere.

Marta Pepe (Naga): Benvenute a tutte e tutti, grazie per aver accolto l’invito del Naga per questa intervista. Vi chiedo subito di partire ed entrare nel vivo. Senza voler escludere o censurare l’esistenza del fenomeno di sfruttamento anche in questo “settore” del mercato del lavoro, possiamo affermare che quando si parla di sex work o lavoro sessuale spesso l’errore commesso dai più è quello di cancellare la volontà e la consapevolezza della scelta soggettiva della persona che lo pratica. Le persone che praticano questo lavoro vengono considerate vittime a priori, incapaci di autodeterminarsi. Perché esiste questo pregiudizio? Quale è lo scopo “utilitaristico-funzionale” – più o meno nascosto o palese, dicci tu – all’interno della catena capitalistica di oppressione e sfruttamento economico della nostra società?

Bianca El Malek: Partirei dal fatto che nessunx sceglie di lavorare: lavorare è una scelta obbligata nel sistema capitalistico in cui viviamo. Quindi non è necessario essere costrettx a vendere servizi sessuali da un “pappone” se è il nostro status socioeconomico a costringerci. Ora, a qualcunx – con sessuofobia interiorizzata più o meno consapevolmente – non va giù che si possa ritenere, per mille diverse valide ragioni, la vendita di servizi sessuali come la migliore delle opzioni che ci si presenta: vuoi perché si è persone con disabilità in grado di lavorare solo per orari ridotti, o con problemi di salute mentale che non ci rendono in grado di essere operativx in modo continuativo, vuoi per la flessibilità degli orari e della logistica, vuoi per le circostanze di vita che hanno impedito di formarsi nell’ambito di interesse, vuoi perché la retribuzione è tendenzialmente migliore di qualsiasi altro lavoro non specializzato (sottopagato, con turni lunghissimi e con un capo che ci molesterebbe sessualmente comunque, senza però rispettare i paletti discussi di comune accordo) o semplicemente perché lo si vuole fare, non credo stia a nessunx agire un giudizio su come altre persone vogliono disporre del proprio corpo e della propria sessualità. Inoltre, se la figura dellx sex worker viene depoliticizzata e raccontata solo come vittima, il focus si sposta dal sistema economico capitalista, che genera precarietà e si nutre di disuguaglianze e marginalizzazione, al dramma personale.

MP: Quando e come è avvenuto il passaggio da essere soggetto di studio a essere soggetto politico? Ci puoi parlare dei movimenti e delle organizzazioni nate a difesa dei diritti delle sex worker?

BEM: Il passaggio da oggetto di studio a soggetto politico per lx sex worker non è stato un evento singolo, ma un processo storico conflittuale, nato dal basso e spesso contro accademia, femminismi egemoni e Stato. Per lungo tempo lx sex worker sono statx oggetto medico (patologizzate come devianti), giuridico (vistx come un problema morale e di ordine pubblico) e infine sociologico (nello studio delle marginalità), restando difatti senza una voce propria di soggetto politico.

Questo fino al 2 giugno 1975, giornata in cui circa cento sex worker occuparono la chiesa di Saint-Nizier a Lione, in Francia. L’azione fu in segno di protesta contro il crescente numero di arresti di sex worker che esercitavano in strada, contro le molestie da parte della polizia e per la mancanza di interesse dimostrata dalla polizia nel risolvere i crimini commessi contro di loro. Alle 5 del mattino del 10 giugno la chiesa venne brutalmente sgomberata dalle forze dell’ordine. Questa azione scatenò un movimento nazionale e la giornata è tuttora celebrata in Europa e in tutto il mondo.

Poi il discorso si spostò dal piano sociale della rivendicazione delle più basiche tutele umane a quello del lavoro: fu Carol Leigh (nota come The Scarlot Harlot) ad aver coniato il termine “sex work” ad una conferenza delle attiviste del collettivo. Women Against Violence in Pornography and Media alla fine degli anni ’70. La denominazione utilizzata alla conferenza per l’industria del sesso era “Sex Use Industry”. Questa terminologia infastidiva Leigh perché la trovava oggettivizzante nei confronti dellx lavoratori del sesso e trovava che banalizzasse la loro capacità di agency nell’organizzazione del proprio lavoro; così suggerì che il tema dell’assemblea venisse rinominato “Sex Work Industry” e iniziò ad usare il termine inizialmente nei suoi discorsi, finché questo non venne riportato dalla stampa nel 1984.

Sempre dagli anni ‘70 in poi vennero fondate le prime associazioni espressamente a favore dei diritti umani e del lavoro dellx sex worker; solo per citarne alcune: COYOTE (USA, 1973); English Collective of Prostitutes (UK, 1975); Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (Italia, 1982); Durbar Mahila Samanwaya Committee (India, 1995).

MP: Le leggi che attualmente esistono in Italia come regolano il fenomeno? Cosa della legge ritenete debba essere cambiato? E perché?

BEM: In Italia vige l’abolizionismo. Questo modello legislativo non criminalizza la vendita di servizi sessuali di per sé ma tutti gli aspetti che girano attorno alla vendita di servizi sessuali, difatti stabilendo cosa è rispettabile e cosa è un affronto al decoro, e sembra lasciare margine alle attività che danno meno nell’occhio. Vengono quindi criminalizzati l’adescamento in entrambi i sensi, il lavoro indoor in appartamenti condivisi, il favoreggiamento, l’induzione e lo sfruttamento. Personalmente – non posso certo parlare a nome di tuttx – ritengo che il sex work vada anzitutto decriminalizzato in tutti quegli aspetti che si configurano come libertà di associazione tra pari e mutuo aiuto.

MP: Parlaci della decriminalizzazione del sex work e dell’impatto che potrebbe avere sulla sicurezza delle persone, intesa come sicurezza dei corpi e di una vita dignitosa sotto il profilo economico e sociale.

BEM: Come accennato nella risposta precedente, decriminalizzando il sex work, le persone sex worker sarebbero meno isolate e marginalizzate: coabitare o condividere il luogo di lavoro indoor con una persona collega, che possa prestarci un primo soccorso o allertare chi di dovere, in caso di aggressioni da parte dei clienti, potrebbe letteralmente salvare delle vite. Sarebbe addirittura pensabile creare cooperative abitative con costi di affitto calmierati rispetto ai prezzi di mercato – come in ogni cooperativa abitativa – che permettano quindi una dignità nell’abitare e persino vivere in un luogo safe con la propria comunità. Chi fa sex work si ritrova infatti non solo ad avere a che fare con la crescita pazza dei costi degli affitti, ma soprattutto con certi palazzinari che consapevoli dell’attività lavorativa dell’affittuarix, caricano i prezzi fino al triplo dei normali costi di mercato, diventando a tutti gli effetti i “nuovi papponi”. Poi credo che sarebbe bello – utopistico con i tempi che corrono – applicare una sorta di sanatoria che dia un Permesso di Soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno illimitata), indipendentemente dal fatto che le persone abbiano già soggiornato regolarmente per almeno 5 anni nel Paese, a tutte le persone senza cittadinanza che svolgono sex work e permettere loro di aprire una partita IVA per regolarizzarsi come lavoratorx autonomx, così da poter vivere sottraendosi agli abusi da parte delle forze dell’ordine, dei clienti e della criminalità organizzata.

Che lx sex worker possono essere liberx professionistx equiparate ad ogni altrx liberx professionistx e accedere quindi agli stessi diritti: un conto in banca, l’accesso a un mutuo per un abitare stabile e decoroso, giornate di malattia retribuite, una pensione e qualsiasi forma di welfare che non mi stia venendo in mente in questo preciso momento.

Pia Covre: Buongiorno e grazie al Naga per il grande lavoro di supporto che svolge verso le marginalità, tra cui le persone sex worker che operano nell’ambito del lavoro sessuale. Vi apprezzo molto, vi seguo da tanti anni e credo che in passato abbiamo fatto anche qualche iniziativa comune a Milano. Sono quindi molto contenta di questa intervista.

Noi siamo ormai una vecchia associazione, perché ci siamo fondate nel 1982, e in modo formale e legale nel 1983. Un’associazione nata dal basso: eravamo un gruppo di sex worker che lavorava in strada a Pordenone, una piccola città vicina a una grande base americana dell’Air Force. Avevamo un problema serio di aggressioni e violenze da parte di militari della base, e decidemmo di protestare. Erano anni in cui era molto difficile farlo: eravamo perseguitate dalle forze dell’ordine, anche a causa della legge antiterrorismo dell’epoca, la cosiddetta legge Cossiga. Potevano farci praticamente di tutto: radunarci, fotografarci, convocarci per farci la morale sul perché svolgessimo questo lavoro. Decidemmo di protestare: scrivemmo lettere ufficiali al comandante della base, ai carabinieri; pubblicammo tutto sui giornali. La nostra protesta ebbe grande risonanza mediatica e pensammo di cogliere l’attimo per rivendicare una serie di diritti negati dalla legge Merlin. Nel 1983 infatti convocammo tutto l’arco parlamentare e chiedemmo la depenalizzazione e la decriminalizzazione della legge Merlin. Per chi non la conoscesse, si tratta di una legge che consente il lavoro sessuale ma vieta una serie di azioni che di fatto renderebbero possibile esercitarlo davvero come un lavoro. Da allora fondammo l’associazione e cominciammo un intenso lavoro con le colleghe, affrontando documenti, fogli di via e vari abusi da parte della polizia. Facemmo molta resistenza legale.

Poi, arrivarono gli anni dell’HIV e cominciammo con il lavoro delle unità di strada per fare prevenzione, alla fine degli anni Ottanta. Partecipammo a progetti con finanziamenti europei, come il progetto Tampep, attivo in molti Paesi d’Europa, per raggiungere tutte le donne, le persone trans e anche gli uomini che lavoravano nel sex work, cercando di limitare le infezioni sessualmente trasmissibili. Questo lavoro ci fece incontrare sempre più persone in strada.

Dopo la caduta del Muro di Berlino arrivarono molte donne straniere, con problemi di sfruttamento e tratta molto più forti rispetto alle mafie italiane che avevano abbandonato lo sfruttamento della prostituzione per dedicarsi al traffico di droga, più remunerativo e all’epoca meno punito. Negli anni Ottanta le donne italiane che lavoravano in strada erano relativamente libere. Arrivarono poi donne dall’America Latina (dal Cile, Argentina), spesso per sfuggire alle dittature, trovando organizzazioni criminali dei loro Paesi. Ci furono veri e propri “campi di battaglia” per il predominio dei racket. Poi arrivarono dall’Albania molte persone che fuggivano da situazioni economiche o politiche difficili.

Vedendo tutto questo, chiedemmo una legge contro la tratta di esseri umani, diversa da quella prevista dalla legge Merlin sullo sfruttamento della prostituzione. Lo sfruttamento, quello che riduce in schiavitù, riteniamo sia un reato molto più serio e più grave. Nel 1997 arrivò la legge sull’articolo 18 per le vittime di tratta, e poi nel 2003 una legge specifica contro la schiavitù. Credo che siano state anche frutto delle nostre battaglie. Tuttavia, la legge Merlin non è mai stata migliorata.

Come associazione abbiamo svolto tantissime attività: prevenzione, salute pubblica, sensibilizzazione, formazione, eventi. Vorrei ricordare, ad esempio, la sfilata del 2001 alla Biennale di Venezia, nell’ambito della “Platea dell’umanità” dell’artista sloveno Tadej Pogačar. Era una settimana di eventi, in cui noi stesse eravamo l’opera d’arte. Invitammo molte associazioni internazionali e organizzammo un corteo con gli ombrelli rossi: simbolo che poi è diventato internazionale. L’ombrello rosso oggi rappresenta la protezione dalle discriminazioni, anche se purtroppo non da tutto, e non certo dalle guerre, che generano sempre sfruttamento e violenze sessuali.

MP: Infatti. Quante persone sono entrate nella vostra associazione? E con quali altre realtà italiane avete collaborato?

PC: Negli anni Ottanta l’associazione crebbe molto: avevamo sedi in varie città, collettivi di colleghe che ci chiamavano dicendo “anche qui succede questo: dalla repressione, ai fogli di via, alle misure di pubblica sicurezza”. I fogli di via erano come i Daspo di oggi. C’erano limitazioni pesanti: ti potevano ritirare la patente, togliere i figli, imporre restrizioni orarie come ai delinquenti abituali.

In quegli anni c’era anche il MIT, il Movimento Identità Trans, nato poco prima di noi, che aveva ottenuto la legge sulla rettifica di sesso. Insieme abbiamo fatto moltissime cose. Poi il movimento ha avuto momenti di crescita e momenti più difficili.

L’arrivo di tante donne straniere rese più complesso inserirle nell’associazione: non per nostra volontà, ma perché spesso erano diffidenti, venivano da Paesi dove lo stigma era molto forte. Alcune però entrarono: dall’America Latina, dal Brasile, poi dall’Albania, da molti Paesi africani. La crescita è però sempre stata difficile, anche perché la nostra è un’associazione molto esposta. Alcune di noi mostrano il volto, altre no, per proteggere la propria vita privata. È comprensibile: non tutte hanno il privilegio di potersi esporre. Io, da italiana, avevo già dei diritti negli anni Settanta e Ottanta che non potevano togliermi. Ma ancora oggi non ho il diritto di far riconoscere il mio lavoro come una professione come le altre. Si pensa subito allo stigma, o che “non sia un lavoro serio”. Ma se lo fai per lungo tempo, se lo scegli come principale fonte di reddito, lo è eccome.

Dopo il 2000 sono nati nuovi collettivi: alcuni di sex worker, altri misti con alleate. Ricordo Sexy Shock a Bologna: non erano sex worker, ma un collettivo femminista contro discriminazioni e violenze, molto vicino alle nostre battaglie. In varie città sono nati gruppi simili, anche se non tutti sono durati a lungo. Oggi i collettivi sono spesso composti da sex worker insieme ad alleate: è necessario, perché molte non possono esporsi pubblicamente.

MP: In Argentina esiste un sindacato delle sex worker. Cosa manca in Italia per arrivare a un sindacato? E cosa dovrebbe cambiare nella legge?

PC: In Argentina il sindacato delle prostitute è nato dentro un sindacato più grande. Io lo visitai molti anni fa. Poi arrivò Georgina Orellano, di cui consiglio di leggere il libro “Puta feminista”, oggi tradotto da Tlon. Una delle migliori attiviste al mondo, potentissima, che nasce proprio come sindacalista.

In Europa è diverso. In Spagna provarono a fondare un sindacato ma fu inizialmente bocciato. In Germania esiste perché lì il lavoro sessuale è riconosciuto come lavoro. In Francia c’è, si chiama Strass, ma rimane un Paese che ha una legge abolizionista molto dura, simile alla Merlin ma con in aggiunta la criminalizzazione dei clienti. È stato fatto ricorso alla Corte europea, che ha risposto che ogni Stato è libero di legiferare sul lavoro sessuale. Non esiste un mandato europeo. Purtroppo, c’è in generale una forte spinta abolizionista, sostenuta dal femminismo europeo organizzato, come l’European Women’s Lobby che riceve anche finanziamenti pubblici. Sono vetero-femministe che vogliono abolire la prostituzione e criminalizzare i clienti.

Secondo me, come dice Georgina Orellano, la questione è di classe: bisogna combattere la povertà e gli abusi, non certo chi decide liberamente di lavorare nel sex work. Io ho deciso di non farmi sfruttare in fabbrica ma di usare il mio corpo, la mia personalità e il mio sex appeal, stabilendo io le regole. Il problema nasce quando le leggi proibizioniste impediscono a chi lavora di farlo in sicurezza.

MP: E quindi, rispetto alla legge?

PC: Bisogna decriminalizzare. Togliere la Merlin dal Codice Penale: se questo è un lavoro, deve avere una legge di tipo giuslavoristico. Da aprile 2025 abbiamo finalmente un codice ATECO specifico per il sex work autonomo: 96.99.92 – Servizi di incontro ed eventi simili che permette di aprire Partita IVA, emettere fatture e dichiarare i redditi in modo regolare. Potremmo quindi considerarci delle libere professioniste, ma dove possiamo esercitare? Certamente non in luoghi organizzati e/o gestiti da altri, a noi pare una evidente incongruenza alla quale si deve porre rimedio. O questo è un lavoro a tutti gli effetti e ci viene riconosciuto oppure le tasse non ve le paghiamo! Di più! Se a regolare questo lavoro restano solo la legge Merlin e il Codice Penale, noi vi accusiamo di essere i papponi insieme alle mafie e ai trafficanti ai quali lasciate inopinatamente sfruttare e gestire il lavoro e le vite delle più vulnerabili: le povere, le migranti, le trans. Vorremmo vedere riconosciuti e rispettati i diritti del lavoro. Se abbiamo un codice e una partita IVA, perché ostacolare il nostro lavoro? Questa la chiamiamo una situazione di violenza istituzionale che ci espone a tante altre forme di violenza.

Le leggi contro la tratta, la schiavitù, le estorsioni, gli abusi di potere già esistono. Ma spesso i magistrati applicano la Merlin perché è più semplice e così i trafficanti ricevono pene minori. La Merlin non serve più, anzi secondo noi ostacola. Bisogna togliere il reato di favoreggiamento, permettere alle persone di lavorare al chiuso, negli hotel, senza rischiare che chi ci ospita perda la licenza; togliere le misure di pubblica sicurezza come i Daspo; evitare che alle donne straniere venga strappato il permesso di soggiorno se vengono trovate a lavorare in strada. Questi sono abusi che devono finire. Solo dopo si potrà discutere di regolamentazione e di sindacato. Ma, oggi, molti parlamentari presentano proposte di legge che ci riguardano senza nemmeno consultarci.

Guarda la video-intervista completa a Pia Covre

Ascolta l’audio originale dell’intervista a Pia Covre

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