Immagine: Filippo Minelli, Silence Shapes (2026)
Silence Shapes (2009 – in corso) è una serie di fotografie incentrate sul dare una forma fisica al silenzio decontestualizzando l’estetica della protesta, estrapolandola dal suo contesto geopolitico. Isolato in spazi aperti e archeologie industriali, il fumogeno si trasforma da simbolo per eccellenza di protesta, caos e manifestazioni di piazza in richiamo al sublime, per riflettere sulla potenza dell’intangibile.

La forma del silenzio, la voce della protesta
Ogni giorno, al Naga, apriamo una porta. Dall’altra parte c’è quasi sempre qualcuno che aspetta da prima che aprissimo. Entra, si siede, racconta un dolore, o un documento che non ha, o tutti e due insieme. E noi facciamo quello che sappiamo fare: una visita, un orientamento, una lettera, un accompagnamento, un pezzo di strada.
È il gesto più semplice e più giusto che conosciamo. Ed è anche, ogni volta, un gesto ambiguo. Perché mentre ci prendiamo cura di una persona stiamo anche coprendo un vuoto. E un vuoto coperto smette di essere visibile.
Da questa ambiguità nasce il numero che avete tra le mani. Ne abbiamo parlato con Rossella Sacco, portavoce del Forum del Terzo Settore Città di Milano, in una conversazione che non è stata comoda per nessuno dei due lati del tavolo.
Sussidiarietà non è supplenza
La parola tecnica è sussidiarietà. La parola vera, molto spesso, è supplenza. Non sono sinonimi, e la differenza non è accademica.
La sussidiarietà è una scelta costituzionale: sta nei primi articoli della Carta, ed è il riconoscimento che i cittadini organizzati concorrono al bene comune accanto alle istituzioni, non al posto loro. La supplenza è un’altra cosa. È quello che succede quando lo Stato arretra e qualcuno, gratuitamente, tiene il posto.
Quando un diritto esiste soltanto perché una persona regala il proprio tempo, quel diritto ha smesso di essere un diritto. È diventato un favore. E i favori, a differenza dei diritti, si possono sempre togliere: basta che quella persona si stanchi, invecchi, cambi città, muoia.
C’è poi una seconda conseguenza, meno evidente e più velenosa. Il lavoro gratuito diventa l’alibi della politica. Se il Piano Freddo regge perché ci sono i volontari, allora il Piano Freddo “regge”, e nessuno deve rispondere di come è stato progettato. Se l’ambulatorio c’è perché ci sono medici che donano il sabato, allora la salute è “garantita”, e la domanda su chi ne è titolare non viene mai posta. La nostra generosità diventa la misura esatta di quanto lo Stato può permettersi di non fare.
Rossella lo dice con una parola che ci portiamo dietro: “Noi come Terzo Settore non vogliamo essere la stampella”.
Curiamo e raccontiamo, accogliamo e protestiamo
Nell’intervista c’è però un passaggio più sottile, e per noi più scomodo. Dire “ci hanno mandato a supplire per risparmiare” è in parte vero, dice Rossella, ma se accettiamo di definirci così perdiamo la titolarità: diventiamo davvero soltanto quelli che tappano i buchi, e perdiamo il diritto di pretendere che i buchi non ci siano.
Non è una sfumatura da convegno. È la differenza tra un’organizzazione che eroga servizi e un’organizzazione che fa politica. E il modo in cui Rossella tiene insieme le due cose è che “Oggi ti aiuto, domani dobbiamo pensare insieme come risolvere”.
Non due momenti separati. Un gesto solo. La visita e la denuncia non sono l’una il contrario dell’altra: sono la stessa cosa detta due volte, una a bassa voce in ambulatorio e una ad alta voce fuori. Da quarant’anni il Naga sta lì, in mezzo. Curiamo e raccontiamo. Accogliamo e protestiamo. Non perché siamo indecisi, ma perché fare solo la prima metà significherebbe collaborare all’ingiustizia con le mani pulite.
Un discorso che non è mai neutro
C’è un motivo per cui, per noi, questo discorso non è mai neutro. Le persone che incontriamo non sono escluse dai servizi pubblici solo perché mancano risorse o programmazione. Sono escluse perché così hanno deciso i vari governi che si sono succeduti al potere: nessun documento, nessuna residenza, nessun medico di base. Senza residenza non accedi ai servizi, senza servizi non hai un contratto, senza contratto non hai la residenza. Un cane che si morde la coda, e in mezzo una persona.
Qui lo Stato non arretra soltanto. Decide. E allora la nostra presenza non copre una distrazione: copre una scelta politica. Il che rende ancora più urgente non farci confondere con la manutenzione ordinaria del sistema. Noi quella porta la apriamo, e continueremo ad aprirla. Ma ogni volta che la apriamo stiamo anche dicendo che non dovrebbe essere necessario aprirla.
Un dialogo che troppo spesso si ferma alla cortesia
Da anni chiediamo al Comune numeri semplici: quante persone dormono in strada, quante ne accoglie il Piano Freddo, quante restano fuori, quanti minori stranieri non accompagnati arrivano in città. Spesso quei numeri non arrivano. E senza numeri non esiste programmazione: esiste l’emergenza, che ogni anno torna puntuale e ogni anno viene raccontata come imprevedibile.
Rossella Sacco riconosce le fatiche ma difende anche il lavoro fatto, i drammi contenuti, i tavoli che funzionano. Noi vediamo una città che ha perso pezzi di sé e un dialogo che troppo spesso si ferma alla cortesia. È una differenza di sguardo che non nascondiamo.
E i giovani, che non ci stanno
Un’ultima cosa, che ci riguarda da vicino. Rossella parla di crisi del volontariato e la spiega senza giri di parole: i giovani in piazza ci sono, sono tanti, si autodeterminano, hanno difeso la Costituzione quando c’era da difenderla. Semplicemente non trovano nelle nostre organizzazioni la militanza che cercano. Stiamo offrendo loro un modello che non gli calza. E la risposta non è convincerli a entrare nel nostro: è lasciargli lo spazio per costruire il loro.
Forse c’è un legame tra le due cose. Nessuno a vent’anni sogna di diventare la manutenzione gratuita di un sistema che non funziona. Ma molti, a vent’anni, vogliono cambiare la città in cui vivono. Se il volontariato si presenta come stampella, non attirerà nessuno. Se si presenta per quello che è – una forma organizzata di conflitto e di cura insieme, proprio come il simbolo del Naga – non avrà bisogno di campagne di reclutamento.