Rossella Sacco
Portavoce del Forum del Terzo Settore Città di Milano

Il volontariato non è una stampella
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Emilia Bitossi (Naga): Siamo qui per la videointervista della nostra newsletter Fuorivista e abbiamo con noi Rossella Sacco, che ringraziamo per essere stata disponibile e che vorrei si presentasse spiegandoci il suo ruolo.
Rossella Sacco: Volentieri. Intanto grazie per avermi invitato. Sono portavoce del Forum del Terzo Settore Città di Milano. Cosa è il Forum del Terzo Settore Città di Milano e cosa rappresento io all’interno di questa organizzazione? Rappresento la voce della società civile organizzata, sia che questa siano associazioni di promozione sociale, sia associazioni di volontariato, di impresa sociale o comunque di cooperative sociali, di imprenditoria sociale. Tutto quel mondo variegato, che prova a intervenire per favorire il benessere delle comunità e dei territori. Quindi il nostro è un ruolo che in qualche modo supporta, si affianca e si alimenta con la partecipazione dei cittadini ai quali si dà risonanza per poter raggiungere gli obiettivi di un benessere collettivo.
EB: Verrei subito al cuore dell’intervista, cioè il rapporto tra volontariato e Stato. Il volontariato teoricamente dovrebbe integrare e arricchire i servizi pubblici. Nella pratica il volontariato non fa che supplire a carenze delle istituzioni e del servizio pubblico e quindi in qualche modo si sostituisce al servizio pubblico, creando una serie di problemi notevoli. Quando lo Stato arretra di fronte alla garanzia di diritti di tutti e tutte, l’affidamento al volontariato non è più un valore aggiunto perché lo Stato comunque è arretrato. Quindi il volontariato non fa che garantire la sopravvivenza di qualcosa che non è più erogato e garantito dallo Stato. La perdita dei diritti è un dato di fatto e lo sfruttamento del lavoro gratuito in qualche modo diventa un alibi della politica. Ci sono inoltre altre problematiche, come la quantificazione e la misurazione del lavoro e dei servizi che vengono erogati, che con il volontariato è molto più difficile da fare. C’è il problema della discontinuità del lavoro dei volontari proprio perché il volontariato non è un rapporto di lavoro. Ti ho buttato sul tavolo tanti spunti e ti prego di raccoglierli e darci il tuo prezioso punto di vista.
RS: Grazie per la domanda perché mi da anche modo di distinguere alcuni aspetti che hanno a che fare con la prossimità, la sussidiarietà e la differenza fra queste due perché quando parliamo di volontariato parliamo sicuramente di azioni di prossimità e di sussidiarietà che dovrebbero completare gli indirizzi che predispone lo Stato; la società si organizza per poter offrire risposte ai bisogni, ma anche per sostenere i diritti dei cittadini. Allora si diceva il volontariato sostituisce. Io non posso fare una panoramica generale nazionale perché voglio rimanere un po’ su quello che è il mio campo, cioè quello cittadino, perché potrei rischiare di dire delle cose che magari non sono sostenute da alcune conoscenze che possono anche mettere in discussione le linee che lo stesso Forum nazionale del Terzo Settore sta intraprendendo per poter affermare la necessità di un riconoscimento di un ruolo della società civile organizzata.
A Milano sicuramente il volontariato è un’esperienza molto ricca, è un’esperienza storica, è un’esperienza che completa veramente tutti gli aspetti che riguardano la vita delle persone perché non parliamo solo di quelli che portano la spesa alle persone anziane ma parliamo anche di quelli che curano il verde, di quelli che si offrono per le attività sportive, di quelli che in qualche modo si prendono cura anche degli aspetti culturali, di quelli che rigenerano delle comunità, di quelli che fanno il presidio anche per la sicurezza e la coesione… quindi parliamo di organizzazioni che sicuramente sono presenti sui territori in maniera incisiva e che sono le antenne per un’amministrazione che può in qualche modo agire e fare agire il ruolo sussidiario a una forza che deve essere completata però sicuramente dall’ingaggio pubblico perché noi come terzo settore non vogliamo essere la stampella, non vogliamo essere quelli che vengono definiti coloro che sostituiscono perché non ottempereremo neanche al nostro obiettivo. Noi nella Costituzione siamo stati riconosciuti nei primi dodici articoli, abbiamo il riconoscimento del ruolo di sussidiarietà, di coloro che si mettono a fianco, in una determinazione e capacità che ci restituisce il ruolo dignitoso di una programmazione. Il terzo settore, il volontariato, non deve essere preso in considerazione come quello che, come per molto tempo è stato considerato, deve supplire, perché se no rientriamo nella charity. Il terzo settore, un terzo settore maturo, ha saputo anche diversificarsi, ha saputo crescere nella dimensione numerica e anche in attività. Soffriamo oggi anche noi di una scarsa capacità di rimodularci rispetto ai tempi, rispetto ai bisogni che hanno i giovani di esprimere la loro forza di appartenenza e di comunione, di vicinanza degli organismi che hanno una struttura forse che non gli calza a pennello ed è un po’ la crisi del volontariato questo…
EB: Ecco, vorrei capire se possiamo essere un po’ più precise su questo discorso che il volontariato non supplisce, ma in realtà ha una missione che è quella di essere complementare al lavoro istituzionale, dall’altra poi, se vuoi approfondire invece il discorso relativo alla crisi del volontariato, dovuta a che cosa? Un’associazione come la nostra, il Naga, è fatta di volontari che hanno nel DNA attivismo, militanza. C’è una valenza politica molto forte in quello che facciamo, noi interveniamo, ma denunciamo ad alta voce tutto ciò che è negato.
RS: Sì. Riprendo appunto dal ruolo di sussidiarietà e non semplicemente di supplenza. Anche là dove le organizzazioni come Naga o comunque il Forum denunciano delle carenze e assumono delle posture rispetto agli obiettivi che hanno a che fare con il riconoscimento dei diritti e delle libertà delle persone, chi entra dentro degli organismi di volontariato magari non sempre li sceglie così, ma li vive attraverso il fare e poi si ritrova ad assumere coscientemente quella postura. Questa probabilmente è stata anche un po’ la storia del nostro volontariato che si divedeva tra quelli che in qualche modo arrivavano un po’ per caso e quelli che sceglievano perché avevano un’identità, quando dico politica non dico politica partitica, ma politica nel senso della polis.
EB: Certo, parlo di politica proprio in quel senso.
RS: Esatto. Quando dicevo che non voglio che in qualche modo si dica che il terzo settore fa da supplente allo stato è perché in parte è vero, come una scelta fatta da altri che ci hanno mandato a supplire per risparmiare, per non investire, per non occuparsi… però se noi coscientemente ci definiamo così perdiamo quella titolarità che noi invece attraverso quel prenderci carico avremmo dovuto anche restituire. Io non vado a supplire, in questo momento ti sto dando una mano però nello stesso tempo agisco un ruolo politico perché questa situazione non deve andare più avanti. Oggi ti aiuto, domani dobbiamo pensare insieme come risolvere.
La crisi del volontariato è dovuta al fatto che proprio perché noi siamo solidi e storici, forse ci siamo anche un po’ rinchiusi dentro dei modelli che oggi non rispondono alle necessità dei giovani di operare militanza. Cioè i giovani in campo scendono, scendono nelle manifestazioni cittadine e sono tanti. Allora perché quella militanza non riescono a trovarla nelle nostre organizzazioni? Perché non riescono ad aderire fedelmente? Forse perché gli stiamo offrendo un modello che non è più per loro. E allora quando diciamo dobbiamo attuare il ricambio generazionale, dobbiamo chiedere ai giovani in quale modello si trovano bene e quindi farci suggerire, lasciar spazio e voce. I giovani sono capaci di autodeterminazione e lo hanno dimostrato con la loro massiccia presenza al referendum, difendendo la costituzione.
Lasciamogli organizzare il loro modello di attivismo civico, di partecipazione, di costruzione di una comunità, affianchiamoli con le nostre competenze, ma lasciamogli lo spazio perché se non lo facciamo noi non lo fa nessuno e se non lo facciamo noi la società che abbiamo impostato, il modello che abbiamo impostato rischia di non servire neanche come stampella, come si diceva prima, per risolvere i problemi, perché se mancano le forze e le risorse non si risolvono i problemi.
EB: Quando è nato il Forum del terzo settore e qual è l’attività che essenzialmente fa il Forum rispetto a tutte le associazioni che ne fanno parte?
RS: Il Forum di Milano è nato recentemente, nel 2012 circa. Siccome le organizzazioni sono tante su Milano, abbiamo assunto una forma di rappresentanza delle rappresentanze: le ACLI provinciali, l’Arci Milanese, la Conf Cooperative Milano e Navigli, Lega Ambiente, CNCA, CSI, Sport, sono alcune delle rappresentanze. E lavora su diversi binari, intervenendo sulla politica cittadina, attraverso delle rappresentanze anche molto articolate, lavorando sul rinnovo delle modalità di relazione pubblico-privato. Gruppi di lavoro si mettono a ragionare, a confrontarsi con gli amministratori del Comune di Milano su come reimpostare quel determinato ambito di servizio di welfare. Lavoriamo molto anche con il CSV su cosa vuol dire essere volontario, fare volontariato. Lavoriamo anche per consegnare alla parte politica quelli che secondo noi dovrebbero essere gli obiettivi per organizzare bene una città e rispondere bene alle necessità della propria comunità, dei propri cittadini e delle proprie cittadine.
EB: Direi che in qualche modo con il Comune di Milano voi vi interfacciate quotidianamente, avete un canale di comunicazione evidentemente continuo e quello che vi chiedo è se non vi sembra che ci sia un’assenza culturale, proprio di prese di posizione e di impegno che permettano una svolta. Questa città ha perso moltissimo la sua propensione alla difesa di servizi come diritti della popolazione italiana e non italiana. A me sembra che ci sia stata veramente una deriva molto triste in questi ultimi anni rispetto a tutta una serie di servizi che sono andati un po’ a perdersi. Non riusciamo ad avere con le istituzioni della città un dialogo che possa essere effettivamente costruttivo, dove riusciamo a farci dare dei dati di quello che succede col piano freddo, le docce pubbliche, parlo di cose molto concrete. Non si riesce ad avere un dato dal comune, e questo la dice lunga, sul fatto che evidentemente non esiste una pianificazione. Noi con il piano freddo ormai ogni anno ci scontriamo contro una non pianificazione da parte del comune.
RS: Allora, in modo specifico ci siamo affermati in un dialogo con il comune di Milano e siamo cresciuti in un dialogo con il comune di Milano che, lasciami dire così, non si limita solo al settore del welfare ma a tutta l’amministrazione, quindi a tutti gli assessorati perché noi ragioniamo con tutti. Probabilmente sono anche aumentati molto di più i problemi su Milano, è vero che alcune cose fanno fatica a raggiungere una ottima pianificazione, la pianificazione è sempre migliorabile, piano freddo e piano caldo sono sempre stati un terno al lotto, però devo dire anche che rispetto ad altre città hanno contenuto il dramma dei decessi che un tempo addietro c’erano. Sul tema migranti, ci sono delle programmazioni che in qualche modo hanno rimodellato il sistema di presa in carico. C’è un concorso di responsabilità, perché parliamo di comune, regione, e prefettura, cioè li metti tutti insieme e diventa faticosa quella programmazione che sarebbe necessaria per recuperare a partire dai dati che in qualche modo ci vengono consegnati dentro al famoso piano di sviluppo del welfare che è stato elaborato dall’assessorato al welfare ma anche con il concorso di tante altre strutture interne del comune che parte da una sorta di censimento dei bisogni della popolazione. Non è tutto così lineare ancora, mi piacerebbe che nel prossimo mandato nel documento unico di programmazione ci fosse veramente un recepimento delle istanze che stiamo portando tutti noi compresi voi, perché vi conosco benissimo, conosco qual è l’indirizzo, la presa politica, la coscienza, qual è il mandato, che tutti noi stiamo portando da diversi anni agli occhi dell’amministrazione. Oggi che cosa ci dà ancora più diritto di entrare in maniera legittima? Un piano dell’economia sociale. L’Europa definisce il piano dell’economia sociale, il perimetro dei soggetti che in qualche modo devono intervenire: sono i soggetti del terzo settore. Poi lo possiamo fare da soli? No, non voglio fare le cose da sola, perché fare le cose da sola non ci serve, non serve a nessuno, facciamo solo tanta fatica e basta. Però siamo noi che siamo i soggetti deputati alla costruzione del piano dell’economia sociale. Milano ci sta arrivando, Perché il piano nazionale, anzi piano europeo, ancora deve essere completato anche con la messa in campo delle risorse. Alcune città si sono già organizzate, Bologna, Torino. Abbiamo un piano dell’economia sociale di regione Milano e si sta costruendo il piano in un’interlocuzione che sarà fatta anche con i diversi stakeholder.
Io non so se sono ottimista, ma spero che questo piano dell’economia sociale venga elaborato. Deve tener dentro gli obiettivi che l’Europa ci ha dato come terzo settore. Tra gli obiettivi quello della governance, della trasparenza, dello sviluppo e sostenibilità ambientale, sviluppo sociale ed economico sociale ecc. Quindi su questi temi ci dobbiamo essere… A livello nazionale ci hanno dato una mazzata con tutti i decreti che stanno venendo fuori su tutto. La politica oggi si fa a forza di decreti che in qualche modo colpevolizza, Non è una politica a crescere.
EB: Vorrei chiederti se la pianificazione dovrebbe essere una pianificazione del Comune da una parte e della Regione dall’altra. Il piano freddo era uno dei tanti esempi che si possono fare. Nel piano freddo se non c’è una programmazione e tu non hai una stima di quante persone probabilmente vanno a finire a dormire per strada, non puoi metterlo in atto in un modo efficiente ed efficace, la programmazione ci vuole, chi deve fare questa programmazione?
RS: Insieme, pubblico e privato, secondo me insieme, perché la gestione dei dati è molto importante. Sul piano freddo tieni conto che noi siamo partiti dai dati, il censimento che è stato richiesto a livello nazionale da parte nostra è frutto di una sollecitazione da parte delle organizzazioni come le vostre, come le nostre che hanno detto oggi c’è la necessità che quei dati non li abbia solo tu pubblico perché se no fai la tua programmazione e io subisco la tua programmazione ma la tua programmazione non penso che sia corretta. La programmazione va fatta insieme, quindi la condivisione dei dati per noi è importantissima. Sapere effettivamente quanti minori stranieri non accompagnati entrano in città di Milano è necessario per poter stabilire che tipo di servizi, quali accompagnamenti. Avere la gestione dei dati è assolutamente importante per una programmazione politica e una programmazione dei servizi. Quindi la programmazione non lasciamola in mano al pubblico.
EB: Dobbiamo stare attenti che il pubblico faccia la sua parte e deve fare la sua parte, è sempre poi questo il punto. Voi come rappresentanza del terzo settore avete comunque una responsabilità in questo senso.
RS: La responsabilità? Certo!
EB: Il terzo settore si muove su tantissimi temi, su tantissime problematiche, quindi immagino che sia anche difficile poter concretamente intervenire su tutti gli aspetti di lavoro del terzo settore. Voi come rappresentanza generale fate un discorso probabilmente più alto, più di coordinamento. Le associazioni che fanno parte del terzo settore si muovono su tematiche le più varie, perché voi avrete dalla manutenzione del verde a chi si occupa di anziani, a tutta una serie di attività di cura…
RS: Sì, sì, lo sport, la rigenerazione urbana, tutto quello che si diceva prima, assunti culturali, l’ambiente. Ma noi in realtà abbiamo un modello di tavoli, non mancano mai dei tavoli nel terzo settore, però ci danno la possibilità di presidio. Questi tavoli hanno dentro il referente del Forum ma in realtà poi si avvalgono della compartecipazione di alcuni soggetti come quello dell’urbanistica, perché noi ci occupiamo anche del tema delle case, dell’accoglienza, del diritto alla casa. Ci occupiamo di cura sanitaria. Però il nostro modo di essere capillari ci da la possibilità di organizzare dei piccoli gruppi sui quali intervengono i tecnici specifici perché io non sono tuttologa, quindi intervengono dei gruppi tecnici specifici. Con i quali poi andiamo a discutere dove è necessario discutere. Noi principalmente ci muoviamo su Milano, però il fatto che i Forum siano collegati, a loro volta, in un’organizzazione regionale e poi nazionale ci permette di traghettare in un verticismo organizzativo alcune questioni che vengono assunte poi da altre rappresentanze di peso o di territorio, di espressione maggiore.
EB: Hai parlato della casa, problematica enorme a Milano, e in tutte le grandi città italiane. Ci sono tantissime associazioni, ci sono sindacati che lavorano sulla casa, noi siamo in una rete anche perché ci stiamo occupando di residenza, il problema della residenza fittizia o non fittizia, persone che non riescono ad averla, è un problema gravissimo perché non riescono quindi a poter utilizzare una serie di servizi, non hanno diritti se non hanno la residenza, quindi anche questa è un’altra tematica. Ecco mi chiedo il terzo settore, il Forum da questo punto di vista, dov’è, cosa fa?
RS: Il Forum è presentissimo, è uno degli argomenti che ha portato anche alla denuncia, perché sappiamo tutto quello che è successo a Milano rispetto a come è stata organizzata la città dal punto di vista urbanistico.
Noi abbiamo come terzo settore molta poca visibilità dal punto di vista della comunicazione verso l’esterno, è sempre stato il nostro problema, però siccome siamo un’organizzazione che raduna soggetti che lavorano a loro volta per le loro organizzazioni e fanno dell’impegno dentro al Forum un impegno volontariato, non possiamo arrivare dappertutto, quindi nella nostra comunicazione siamo veramente un po’ scarni. Siamo intervenuti anche sui temi sia dell’urbanistica che del problema della casa, perché occupandoci di persone fragili, lavoro, salute, casa, sono i tre assi necessari da presidiare. Tra l’altro uno incide sull’altro perché, come si diceva, se non hai la residenza non hai la possibilità di accedere ai servizi, non hai la possibilità di avere un contratto di lavoro regolare e via dicendo, è quindi un cane che si morde la corda. Siamo intervenuti da una parte ragionando sul famoso piano casa, con un confronto forse all’epoca un po’ debole, ma speriamo oggi sempre più importante e incisivo, e dall’altra supportando nell’organizzazione di una coprogrammazione di progetti che vedono l’attivazione dell’ente pubblico sulla messa a disposizione di un certo numero di appartamenti sufficienti per il fabbisogno. Quindi abbiamo ragionato sull’utilizzo dello spazio pubblico, e del diritto di abitare il proprio territorio, perché lo spazio pubblico è un tuo diritto, è un tuo diritto abitare un territorio, una comunità, una città…
EB: Tante tematiche, ma dobbiamo purtroppo chiudere. Ti ringrazio per questo incontro, e per questo avvio di relazione, di comunicazione rispetto al nostro lavoro, che pur essendo volontario è un grande lavoro. Ti ringrazio moltissimo e a presto.
RS: Ringrazio io voi veramente tanto, sono molto contenta di essere stata contattata perché appunto vi seguo da sempre perché storicamente comunque siete una delle associazioni che si occupa effettivamente di stare a fianco alle persone ultime, tra le più ultime, ma non so più neanche quante metterne nelle ultime perché stanno diventando purtroppo sempre di più. Ci salutiamo. e ci teniamo in relazione.