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I Luoghi e le Persone – Vogliamo dare dignità


Creare comunità.


Vogliamo dare dignità

Via Ettore Ponti 21, sede del Naga Har, ore 14.00 di un martedì qualsiasi dell’anno. Una quarantina di persone assiepate davanti alla porta. Discussioni accese tra giovani egiziani, signore peruviane con bimbi, ragazzi bengalesi e pakistani per definire chi è arrivato primo. Alcuni sventolano sotto il naso degli astanti, che li guardano disperati, un foglio di carta stropicciato dove qualcuno ha scritto a partire dalle 7 del mattino il proprio nome. Inutile spiegare che sulla porta campeggia una grande scritta dove si avverte che non si accettano liste di nessun tipo. Inutile spiegare che chi non riuscirà a entrare oggi, riuscirà nei prossimi giorni.

Cercheremo di vedere tutti. Sì, proveremo a farcela… Il Naga è aperto a tutti e a tutte, ma come fare a non essere sopraffatti da un muro umano da cui si levano voci disperate alla ricerca di aiuto che sembra così difficile da trovare a Milano? Come fare per tranquillizzare chi viene in preda all’angoscia perché non sa come rinnovare il suo permesso di soggiorno? Chi ha ricevuto un diniego dalla Commissione e ha 7 giorni di tempo per fare un ricorso? E chi non riceve da anni una convocazione in Commissione Terrotoriale? Chi cerca di aprire

un conto in banca ma senza residenza non riesce a ottenerlo? Come spiegare che ormai sono almeno due anni che la procedura per ottenere la residenza fittizia è pressoché ferma? E così avanti, per tanti, troppi ostacoli che rendono impossibile la vita di chi è arrivato qui in Italia a carissimo prezzo, economico e psicologico, pensando di rifarsi una vita, finalmente dignitosa, vista l’impossibilità di averla nel proprio paese di origine.

Dare dignità a chi viene a chiedere aiuto. Questa è la sfida che ci poniamo nel nostro agire come volontari. Il rapporto asimmetrico è sempre in agguato. Come risolvere questo problema? Come prima cosa abbiamo sempre pensato che il Naga Har dovesse essere un luogo accogliente, una casa, dove poter tessere relazioni, dove potersi incontrare senza giudizi e pregiudizi. Dove ascoltare i problemi che ci vengono posti, tentare di trovare soluzioni, sempre più difficili da trovare. Creare uno spazio libero da barriere, uno spazio che permettesse a ognuna e ognuno di esprimersi liberamente nel rispetto di tutte e tutti. Non sostituirsi al ruolo delle istituzioni. Come fare nel momento in cui le istituzioni sono latitanti? Quando i più elementari diritti non vengono più riconosciuti? Questi e tanti altri interrogativi si affastellano nella nostra testa.

E andiamo col ricordo a periodi, che ormai sono sempre più lontani nel tempo, durante i quali riuscivamo a creare relazioni, non solo di aiuto, ma anche di svago, di attività fatte insieme. Suonavamo, cantavamo, giocavamo a calcio, coltivavamo un piccolo orto, di cui noi volontari e volontarie e tanti ragazzi e ragazze nostre ospiti andavano fiere.

Tutto si perde nello scorrere degli anni e nell’aumento esponenziale delle difficoltà. Ma il nostro imperativo rimane sempre lo stesso: cercare di dare dignità a chi ci viene a trovare, cercare di accogliere e dare una risposta, sapendo ascoltare l’ansia e l’angoscia di chi viene da noi.

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