Immagine: LARRY STANTON © the estate of larry stanton. Autoritratto, 1981, tecnica mista su carta
Larry Stanton è stato uno dei più importanti ritrattisti della scena queer americana degli anni ’70 e primi anni ’80. Morto a 37 anni per complicazioni legate all’AIDS. Mette al centro del suo lavoro non figure tragiche o nascoste, ma amici, amanti e conoscenti che affermano il diritto di esistere e di essere visti.
Un lavoro poetico di autodeterminazione e visibilità, che Fabio Cherstich, regista e scenografo di teatro e opera, ricostruisce con delicatezza e porta in scena in “A Visual Diary – A Journey into the 1980s New York Queer Art Scene”. Un archivio profondamente politico che riflette sul diritto alla visibilità e alla rappresentazione, la memoria collettiva, le disuguaglianze sociali e sessuali attraverso l’arte.

La fatica di essere visibili
Questo numero di Fuorivista è dedicato a un tema che ci è molto caro e che il gruppo Cabiria del Naga, dal 1995, affronta nella sua attività. Teniamo a sottolineare come le problematiche sollevate nei pezzi che leggerete siano trasversali a tutti i gruppi del Naga. La difesa dei diritti ci contraddistingue e attraversa le nostre pratiche. Non è solo legata allo specifico del sex work, che è qui al centro, ma riflette un atteggiamento politico in difesa delle minoranze, delle marginalità, delle persone illegalizzate perché senza un permesso di soggiorno regolare, delle persone senza fissa dimora, delle persone detenute e via così senza se e senza ma. Questa è la nostra battaglia.
Nell’intervista di oggi, Bianca El Malek, attivista per i diritti umani e delle persone sex worker e per l’accesso universale ai servizi per la salute sessuale, afferma che “Se la figura dellx sex worker viene depoliticizzata e raccontata solo come vittima, il focus si sposta dal sistema economico capitalista che genera precarietà e si nutre di disuguaglianze e marginalizzazione, al dramma personale”.
Ci chiediamo se il sex work venisse formalizzato e tutelato (tasse, fisco, sanità, accesso al welfare) avremmo delle lavoratrici e dei lavoratori meno vulnerabili? Se il sex work fosse decriminalizzato avremmo meno sex worker stuprate, derubate e assassinate? Se esistesse uno stato sociale con un sistema di protezione socio sanitario universale e trasversale il sex work verrebbe comunque praticato? Ci sarebbe un miglior accesso al diritto alla salute sessuale per tutti e tutte?
Pia Covre, fondatrice del “Comitato dei diritti civili delle prostitute” e del progetto anti-tratta “Stella Polare” di Trieste, citando l’attivista argentina Georgina Orellano ci ricorda che “la questione è di classe: bisogna combattere la povertà e gli abusi, non certo chi decide liberamente di lavorare nel sex work. Il problema nasce quando le leggi proibizioniste impediscono a chi lavora di farlo in sicurezza”.
Ogni persona sceglie il lavoro migliore possibile (più spesso il meno peggiore possibile) in base al proprio posizionamento sociale. La classe sociale di appartenenza, il non possedere un titolo di soggiorno per vivere e lavorare in un paese straniero ma più ricco di quello di origine, nascere persone trans in un mondo transfobico, queste sono le variabili determinanti.
Le violenze e le discriminazioni subite sono multidimensionali e perpetue. E sono spesso istituzionali, della politica, delle leggi che si arrogano il diritto di criminalizzare, di punire e di decidere dei corpi altrui. Tutte queste linee di oppressione tendono a sovrapporsi, autoalimentarsi e fossilizzarsi.
E allora abbiamo forse un’unica strada comune da percorrere. La lotta intersezionale: una strada complessa e faticosa ma che non lascia fuori nessuno e nessuna.