Widad Tamimi
Giornalista e scrittrice

La terra appartiene a tutti, o forse a nessuno
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Davide Fracasso (Naga): Ciao a tutte e a tutti, benvenuta Widad Tamimi. Grazie per essere qui con noi. Autrice, scrittrice, giornalista.. Vorremmo affrontare con te diversi temi quindi parto subito con la prima domanda. Nei tuoi libri, la storia personale e familiare diventa spesso una porta d’ingresso per parlare di confini, appartenenza, esilio e identità. Da dove partiresti per raccontare a chi ti ascolta per la prima volta chi è oggi Widad Tamimi?
Widad Tamimi: Ciao Davide, ciao a tutte e tutti. Grazie per questa intervista e questa opportunità di raccontare. Penso che la storia di tutte le persone derivi sempre dalle proprie origini, che sia impossibile non sentire le radici che “tirano”, e che in qualche modo indicano anche un po’ la strada di crescita di ognuno di noi. Fin da piccolissima ho sempre avuto questa necessità di scavare e andare a cercare le radici per capire chi fossi e che cosa desiderassi fare al mondo. Il dato più eclatante, e che sicuramente ha avuto l’influenza più grande sulla mia vita, è stato forse proprio l’assenza di una famiglia che generalmente molti di noi vivono vicina geograficamente. La mia famiglia è fatta di storie di esili: da una parte quella ebraica che è scappata nel ‘38 prevalentemente a New York, ma in realtà non soltanto a New York, e dall’altra quella paterna che è scappata dalla Palestina, si è rifugiata ad Amman in Giordania, e poi mio padre è ulteriormente partito da lì per venire a studiare medicina in Italia. Forse quella è stata la base della mia curiosità così forte verso le radici, perché nel momento in cui manca una famiglia la si va a cercare. Questo mi ha portata a rintracciare le ragioni di questa dispersione e quindi necessariamente a pensare a un dato che in realtà secondo me ci accomuna in molti, cioè il fatto che gli esseri umani per tante ragioni diverse non vivono in un unico spazio, ma si muovono. E io mi sono concentrata sui movimenti delle persone soprattutto – purtroppo – a causa delle guerre, e quindi ho deciso di studiare Diritto dei rifugiati, Diritto internazionale e Diritti umani.
DF: Mi permetto di consigliare il tuo primo romanzo intitolato “Le rose del vento” – non facilissimo da trovare, infatti sono riuscito a farmelo prestare – in cui racconti la tua storia, che assume anche dei tratti simbolici molto forti. Mentre hai appena pubblicato un nuovo libro “Dal fiume al mare” edito da Feltrinelli. Nei tuoi libri e nei tuoi articoli, parli di apolidia non soltanto come condizione giuridica ma come un’esperienza emotiva politica e relazionale, e che racconti anche con orgoglio. Che significato ha rivendicare questa condizione e allo stesso tempo cercare, come ci dicevi prima, di costruire comunque un’appartenenza e di ritrovare una tua radice?
WT: Guarda, forse di fronte soprattutto alle guerre, i conflitti, le violenze che avvengono attorno a noi nel mondo, ho maturato negli anni un’affezione per questo concetto che ci espropria della terra e ci ricorda che la terra per cui tanto ci uccidiamo in realtà non appartenga a nessuno di noi.
Ho rivalutato quello che ovviamente sulla carta dei diritti amministrativi e dei diritti umani è stata un’ingiustizia, cioè il fatto che io sia nata apolide perché mio padre era apolide – tra l’altro nel 1981 in Italia, non era riconosciuto alle donne il diritto di passare la propria cittadinanza ai figli e ai mariti, sottraendo di fatto a una parte della popolazione dei diritti che un cittadino dovrebbe avere. Da una parte quindi un’ingiustizia di fatto per tutto il popolo palestinese, che rimane dal ‘48 apolide nel momento in cui non solo lascia il proprio Paese andando come rifugiato in un altro Paese, ma in realtà anche per tutti coloro che sono nei territori occupati. I trattati di Oslo hanno permesso ai palestinesi di avere un documento, che è un passaporto, ma un passaporto che non ha il valore dei nostri passaporti perché è soltanto un documento di viaggio, cioè non conferisce una cittadinanza e tutti quei diritti tutelati da uno Stato. Quindi sicuramente, da questo punto di vista, l’apolidia è uno status che toglie diritti all’essere umano. Da un altro punto di vista invece assolutamente teorico, ho pensato che in fondo questa condizione mi ha permesso di ridimensionare la nostra esigenza come popoli di appropriarci di terre, quasi fosse una necessità. E quindi arrivare, per fissare la bandiera delle proprie identità su ogni territorio, e mettere in discussione l’identità degli altri. Penso che la terra appartenga a tutti noi o forse non appartenga a nessuno di noi, e che probabilmente si debba sempre più andare, se si desidera la pace, verso Stati che non siano Stati nazionali, ma Stati amministrativi. Che ci sia la possibilità di avere identità diverse anche in uno stesso luogo e quindi forse lo Stato nazione è un concetto che dovrebbe ormai essere messo in discussione.
DF: Mentre parlavi, mi veniva in mente che per noi del Naga è bello vedere anche la relazione della tua famiglia con la città di Milano. Scrivi spesso su Il Manifesto oltre che su altre testate a livello internazionale di Palestina e di conflitto israelo-palestinese, che purtroppo negli ultimi anni è tornato in maniera prepotente alla ribalta. E anche nei tuoi libri da un punto di vista diverso che intreccia la testimonianza personale e la memoria, la riflessione civile. In questo periodo abbiamo una grossa frammentazione: un popolo palestinese che è privato della propria libertà, ma è anche diviso dopo così tanti anni di oppressione – basti pensare alla reputazione scarsa che ha Mahmud Abbas nei territori. E dall’altra parte anche alla grossa frattura nella comunità ebraica – basti vedere Israele e la comunità che vive negli Stati Uniti che hanno posizioni molto diverse. Quali parole senti oggi necessarie per attraversare queste molteplici fratture e quali sono – se ci sono – parole ormai abusate quando si parla di Israele e Palestina o parole che mancano in questa narrazione?
WT: Per me tantissime parole sono abusate, ed è quello che più mi mette in difficoltà nei dibattiti. Purtroppo succede spesso in politica, e faccio un po’ fatica a utilizzare grandi paroloni che magari in principio hanno significati importanti, ma che poi in realtà finiscono per diventare come delle frecce che ci si lancia invece che discutere la complessità dei fenomeni. Nonostante ne conosca bene il significato, lo abbia studiato, lo possa descrivere appunto nella sua complessità, non sono una persona che riesca o sia in grado di arrivare a fare un discorso parlando di imperialismo, colonialismo, sionismo e addirittura genocidio. Nel momento in cui affronto questi temi, ritengo estremamente importante raccontare sempre esattamente quello che succede e andare a fondo delle problematiche. I fenomeni sono complessi, una parola non necessariamente descrive perfettamente un fenomeno in un luogo e in un altro, seppure le dinamiche possano assomigliarsi. Per me non è mai una questione di parole da dire, parole da aggiungere, parole da sottrarre, la complessità deve essere descritta da ragionamenti, ragionamenti complessi.
Proprio ieri parlavo con una ragazza palestinese che è arrivata con una borsa di studio e in una classe di Relazioni Internazionali discuteva i trattati di Oslo con gli altri compagni di classe di fronte al professore, avevano un esercizio da svolgere. Lei mi raccontava come avesse vissuto male un confronto con un’altra ragazza palestinese che aveva delle opinioni diverse da lei. Mi diceva di aver deciso, durante questo dibattito, di rimanere in silenzio e quindi di non continuare a ribattere e di non dire che cosa realmente pensasse dei trattati di Oslo. E questo perché, mi ha detto, “Far sentire agli altri, far sentire alla classe che siamo divisi come palestinesi mi era sembrato un grave errore, quindi ho preferito tacere”. Però poi è tornata a casa in grande subbuglio emotivo, motivo questo che l’ha portata poi a chiedermi aiuto perché era estremamente agitata e quindi abbiamo fatto una lunga telefonata per sciogliere un po’ i nodi. Ecco, io penso che da una parte capisco il problema che si fanno entrambi gli schieramenti nel mostrare le divisioni interne, perché si immagina siano percepite come segni di debolezza. In realtà temo sia un gravissimo errore, perché appunto siamo abituati a minimizzare la complessità, a ridurla, a rinunciare alla complessità per sembrare più uniti. La verità invece è che ci sono dei punti comuni che devono essere ben chiari, quindi per il lato palestinese per esempio l’autodeterminazione del popolo palestinese, il fatto che ci sia uno Stato, il fatto che ci siano dei diritti umani. Ma all’interno di un contenitore, che è quello dei presupposti necessari perché questo popolo possa portare avanti il proprio sviluppo sia economico che sociale e politico, in realtà devono poter esistere tutte quelle fratture che fanno parte della complessità di un popolo, a maggior ragione dopo tutto quello che è successo. Cioè in questo momento la leadership è estremamente debole da una parte e dall’altra perché la possibilità di sviluppare questa complessità è stata completamente azzerata dall’occupazione, e questo ha azzerato la possibilità di una pluralità da una parte e dall’altra. Quindi secondo me forse noi come comunità internazionale in questo dobbiamo supportare l’una e l’altra parte, nel non condannare mai in maniera univoca e semplicistica e non sottrarre legittimità se vediamo delle fratture che in realtà sono specchio di complessità.
DF: A proposito di questo poi, ieri mi è capitato di sentire l’intervista di Eugenio Cau sul Post a Daniel Sokatch, attivista americano e autore del libro “Per parlare di Israele”, lui vive a New York e fa parte della comunità ebraica newyorkese progressista. Era molto ottimista, forse in quanto americano, e portava una visione interessante, che vista dall’Europa sembra incomprensibilmente ottimista. Tu speri ancora di arrivare tra tanti anni a una convivenza pacifica? Che idea hai?
WT: Io rispondo sempre che non mi sento ottimista, ma assolutamente realista: l’essere umano non è in grado di vivere senza il conflitto, ma l’essere umano non è neanche in grado di vivere in guerra perenne. Quindi a un certo punto per un’esigenza di entrambi i popoli si arriverà necessariamente a una vita di pace, in quale forma non so dirlo. Nel senso che è anche possibile che la popolazione palestinese venga decimata a tal punto che chi rimarrà finirà per essere come i palestinesi del ’48, inglobata in uno Stato israeliano come cittadini di serie B. Ovviamente mi auguro di no, mi auguro – e qui è necessario l’intervento della comunità internazionale, così come è stato in altre realtà. Cioè, quando si arriva a decenni di conflitto, di violenza, è difficilissimo per due popoli dall’interno riuscire a mettersi d’accordo. Ci sono anche qui dei principi base che devono essere stabiliti e pretesi dalla comunità internazionale, e su quella base poi bisogna ricostruire. E ricostruire significa anni e anni di processi di giustizia riparativa, perché è molto difficile per generazioni lasciarsi alle spalle dei dolori giganteschi. Allo stesso tempo, se pensiamo alla nostra piccola Europa la verità è che spesso e volentieri ricordiamo gli ultimi due conflitti che sono quelli mondiali e dimentichiamo che l’Europa è stata attraversata da conflitti giganteschi per secoli. Le guerre non ci lasceranno mai, fanno parte dell’umanità, però sono come delle onde, vanno e vengono in diversi luoghi del mondo. A un certo punto l’onda si sposta più là e quel luogo ritroverà pace, perché l’umanità non riesce a vivere in eterno in una situazione di guerra.
DF: Forse in parte hai già risposto, ma vorrei chiudere con un’ultima domanda: da scrittrice, giornalista e comunicatrice, che responsabilità attribuisci alla comunicazione e al modo in cui guerre, migrazioni, anche comunità vengono percepite pubblicamente? E poi, se la narrazione a tuo parere – immagino che facendo il tuo lavoro tu abbia un’idea positiva – può diventare ancora una forma di cura, di relazione, ma anche di resistenza. E se sì, come?
WT: Gigantesca responsabilità, gigantesca responsabilità.
Nonostante siamo in un Paese democratico, io non mi sono sentita in diritto di usare le stesse parole su qualunque giornale nello stesso modo e ho subito tagli, senza riuscire a raccontare in maniera continuativa quello che succede in certe parti del mondo. Sui giornali purtroppo, dove sussistono logiche di mercato, imperversa il gusto per il morboso, quasi una schiavitù, quindi ogni tanto finiamo per avere giornali pieni di cronaca con tutti i dettagli più particolari e poi non raccontiamo quello che succede in gran parte del mondo.
E l’altro dato di fatto è che spesso e volentieri si racconta per raccontare ma con pochissima profondità, e magari non dando spazio e possibilità di parola a chi conosce quelle realtà più da vicino. Si diventa tuttologhi e un giornalista pensa di poter affrontare qualunque tema di qualunque parte del mondo, tutti esperti un po’ di tutto. Invece, per raccontare delle realtà complesse bisogna avere dedizione profonda ed estremamente accurata, che preveda da una parte grande preparazione sugli argomenti e dall’altra l’empatia che è possibile soltanto attraverso un’immersione totale in alcune situazioni. Secondo me portare le storie del mondo e portarle appunto con conoscenza, ma anche con empatia, quindi facendo sentire al lettore le storie delle persone e non soltanto le statistiche e i dati che ognuno di noi può raggiungere facendo qualche ricerca su Google, cambia totalmente la prospettiva. E quindi è fondamentale raccontare i volti delle persone vere che vivono lontano da noi.
DF: Widad, grazie mille per il tempo insieme, a presto.
WT: A presto. Grazie Davide.